se mi volto e penso con gli occhi quanto puoi stringere i tuoi per scriverne che l’ombra diventa luce nel fondo dei the che beviamo quasi per farci strenua compagnia
allora pesiamo quanta vigilia è una porta che si apre quanta deriva ci porta sotto costa dove un sorriso non basta ed i pensieri o quello che serve – li stendo interi ad asciugare
oggi non ho paura di fare le scale con te né del libro che si chiude per questo mi chino nel calco del tuo viso
” Le durezze e le fatiche della guerra, quelle che si patiscono sulla propria persona, ricadono su chi sopporta la violenza di tutte le cose, sulla parte più umile e più povera di tutta la nazione, sugli schiavi lavoratori: infatti per quanto grandi possano essere la prosperità e il lusso di una nazione, deve pur esserci qualcuno che lavora; le case e le navi debbono essere costruite, le merci debbono essere trasportate e la terra coltivata” B. Mandeville, La favola delle api, 1723
L’anno che si chiude non sarà ricordato, almeno credo, per svolte epocali, segni particolari di cambiamento o speranza. Credo che sia stato un anno che si aggiunge come gli altri ad un periodo di progressivo deterioramento della vita politica e sociale, sempre più chiusa nelle spinte populiste incapaci di pensare la vita collettiva secondo principi diversi dall’interesse individuale e immediato; anche molte manifestazioni artistiche e culturali sembra abbiano abdicato ad un ruolo critico e affondano nelle maglie della rete e dei social, appiattendosi in una massa di contenuti tutti tra loro equivalenti e indifferenziati.
La mia riflessione sul decalogo di Arminio sulla poesia, di cui il post precedente, è stato ripreso anche sul blog di Poliscritture e lo segnalo nuovamente per la discussione che ha sollevato. Mi riprometto con i miei tempi “rallentati” di replicare agli interessanti interventi, di cui ringrazio tutti gli autori, che si sono succeduti. Per ora mi sento di dire semplicemente che questa discussione, a differenza di quello che può apparire, non è per addetti ai lavori. Se la poesia è una delle forme con le quali attribuiamo da una parte un senso al nostro percorso individuale di vita, dall’altra ci rendiamo consapevoli della condizione dei tempi che attraversiamo, allora questa discussione può avere un interesse generale che oltrepassa i recinti accademici o i circoli amicali. A maggior ragione dopo la lettura, dal blog “Le parole e le cose” (che ho inserito nei miei blog di riferimento nella pagina dedicata), di questo interessante intervento di Guido Mazzoni dal titolo “Sulla storia sociale della poesia contemporanea in Italia”, segnalato nel corso della discussione. E’ una articolata analisi delle trasformazioni intervenute nel secolo scorso, in particolare nel secondo dopoguerra, sul modo di intendere, dall’interno come dall’esterno, la poesia. Un passaggio che sinteticamente potremmo definire come la transizione dal terreno del conflitto culturale e politico:
“Pasolini contro Sanguineti, Fortini contro Pasolini, Fortini contro Sereni, Fortini contro le nuove avanguardie, Pasolini contro Montale, Montale contro Pasolini, Montale contro le nuove avanguardie, le nuove avanguardie contro il resto del mondo.”
detto con le parole dell’autore, a quello rassicurante dell’opzione poetica individuale, social e indifferenziata, nella quale tutto è accolto e niente è discusso. Consiglio di avere la pazienza di leggerlo, so che nella rete non è facile, ma penso che in questo caso ne valga la pena!
1. La poesia è una forma di pentimento. Tentiamo di farci il bene dopo che ci siamo fatti del male. 2.La poesia è il corpo che decide di parlare, è un’insurrezione della carne. 3.La poesia viene sempre da un confine, non è mai centrale. 4.La poesia è sguardo messo ad asciugare. Lo sguardo messo ad asciugare diventa parola. 5.La poesia non si fa con le tue parole, non ne hai. E non si fa neppure con le parole degli altri, non ci servono. 6.La poesia è un fallimento con le conseguenze migliori, ma è comunque un fallimento. 7.La poesia non c’entra niente con le cose che si capiscono e neppure con quelle che non si capiscono. 8.La poesia è un messaggio che viene dal corpo, una fitta dietro l’orecchio, un’arancia nascosta dietro un ginocchio, il fegato che chiede acqua, una piccola vela nella testa. 9.La poesia non sa e non deve sapere. La poesia deve vedere. 10.La poesia è un’intimità provvisoria col mistero. La poesia se ne va, resta il mistero.
Certamente se rivolgessimo la domanda che pone Franco Arminio a 100 poeti o a 100 lettori di poesia, riceveremmo 200 risposte diverse. E se questo lo possiamo ritenere inevitabile e legittimo in quanto le diversità non possono essere “compresse” o censurate, allo stesso tempo non possiamo limitarci a prenderne semplicemente atto. Al contrario di un orientamento prevalente che in nome della diversità da “valorizzare” accetta qualsiasi opinione in merito alla poesia senza discuterne, io credo che sulle risposte possibili si debba ragionare perché non tutte sono equivalenti e alcune possono essere più convincenti di altre.