Don Lorenzo Milani, l’anniversario

di luca chiarei

banco di scuola a Barbiana – la foto è mia

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Don Lorenzo Milani e della pubblicazione del libro “lettera ad una professoressa” scritto dagli allievi della scuola popolare di Barbiana, da lui “fondata” in occasione del suo arrivo nella frazione Toscana nel 1954. La ragione di quella lettera fu la bocciatura di due ragazzi della scuola che, dopo la licenza media, volevano dedicarsi all’insegnamento e per questo svolsero presso la scuola di Barbiana il programma del primo anno delle magistrali. A giugno scesero a Firenze per sostenere l’esame come privatisti e furono entrambi respinti in modo umiliante. E’ opportuno precisare, visto quello che è accaduto in Italia in questi 50 anni sul tema della scuola privata/pubblica, che per don Lorenzo Milani la scelta della scuola popolare “privata” era una necessità sia geografica, Barbiana era allora una frazione isolata del Mugello raggiungibile solo a piedi, sia politica, per l’emancipazione dei figli delle classi lavoratrici di operai e contadini. Nell’Italia degli anni 50 la scuola non arrivava ovunque e per quei ragazzi l’alternativa più comune era l’esclusione. Quella bocciatura allora divenne l’occasione, in coerenza con i mezzi didattici del priore, per una riflessione che dal caso individuale analizzasse la situazione generale sui meccanismi di selezione della scuola di allora e sulla sua natura di classe. E non poteva che essere così: in un altro testo pubblicato nel 1958 e subito messo all’indice dalla Chiesa, “Esperienze pastorali”, don Lorenzo rendeva conto del suo modo di essere chiesa fondato principalmente sulla proposta della scuola popolare come luogo di emancipazione e riscatto sociale. La scuola piuttosto che il biliardino e il cinema degli oratori o delle delle case del popolo.
Questo anniversario ha visto la totale riabilitazione da parte della Chiesa della sua figura, dopo 49 anni trascorsi tra ostracismo totale e parziale riabilitazione estemporanea, da parte di qualche personalità del mondo cattolico. Ostracismo al quale aveva contribuito anche la vicenda della pubblicazione della prima lettera della scuola nel 1965, “L’obbedienza non è più una virtù”- Quella lettera prese pubblicamente le difese dei primi obiettori di coscienza al servizio militare, che erano stati attaccati da un duro comunicato dei cappellani militari cattolici operanti nell’esercito. La lettera fu incriminata e don Lorenzo rinviato a giudizio per apologia di reato. Al processo, che si svolse a Roma, non poté essere presente a causa della sua grave malattia. Inviò allora ai giudici un’autodifesa scritta. Il 15 febbraio 1966, il processo in prima istanza si concluse con l’assoluzione, ma su ricorso del pubblico ministero, la Corte d’Appello quando don Lorenzo era già morto modificava la sentenza di primo grado e condannava lo scritto.

“Lettera ad una professoressa” è stato un testo fondamentale nella mia formazione personale e politica. Conservo ancora l’edizione della LEF del 1974, anche se poi una lettura consapevole ricordo di averla fatta intorno al 1977 poco più che sedicenne. Sicuramente se non avessi incontrato quel testo oggi sarei una persona diversa e probabilmente diverso sarebbe stato anche il mio percorso di vita personale e politico. In fondo quella lettera ispirò consapevolmente o meno le proteste che in ambito scolastico e universitario caratterizzarono il 1968 e tanti movimenti “eretici”, sia nell’ambito cattolico che nella sinistra marxista, degli anni successivi. Pensando anche alle sue “Lettere” don Milani e Barbiana sono stati un punto di riferimento che ha ispirato l’azione dei movimenti più vari, da quelli laici a quelli d’ispirazione marxista, passando per i movimenti nonviolenti, per la pace, ecologisti, del volontariato… e in mezzo a questi anche la mia piccola esperienza.

Mi piace pensare che tra quella lettura e quello che sono ora a distanza di quasi 40 anni ci sia ancora un filo, un collegamento che mi unisce. In particolare il passaggio che in qualche modo mi “illuminò”, in una prospettiva laica, e al quale ancora attingo è quello che parla della ricerca da cui nessuno può sottrarsi almeno per un momento nella vita: quella di un fine, di un senso da dare alla propria esperienza.
“Cercasi un fine. Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che essere uomo. Cioè che vada bene per credenti e atei (…) Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come lei vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte. Contro i classisti che siete voi, contro la fame, l’analfabetismo, il razzismo, le guerre coloniali”
In questo breve testo vi sono contenuti tre elementi fondamentali a cui continuo a riferirmi e ad interrogarmi:

1. Non distogliere mai lo sguardo dalla persona che hai accanto, dalla sua concretezza, dal suo bisogno, dalla relazione che ha con te e che per questo non cessa mai di essere un fine e non uno strumento per qualche cosa di altro: una salvezza eterna, una ideologia da fare funzionare a prescindere;
2. la relazione individuale da sola non basta, siamo in una rete di relazioni, strutture, istituzioni, rapporti economici e di forze contrapposte. La possibile via di uscita è solo la politica. Con quali strumenti oggi? Sinceramente non lo so e mi chiedo ogni giorno se quello che proponeva don Milani allora continui ad avere un senso. Credo però che si debbano fare i conti con i limiti degli strumenti reali a disposizione oggi, piuttosto che con le perfezioni ideali a cui manca esistenza e concretezza quotidiana. Ancora da “lettera ad una professoressa”: “…il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”;
3. infine sapere essere contro, alimentare il pensiero critico, mettere in discussione se stessi e la realtà che ci circonda da una posizione rigorosa, disciplinata e moralmente integra. Tutte parole estranee al populismo dilagante e a chi gli fa il verso, ma che in don Milani trovavano sintesi di cui non vedo tracce analoghe.

La recente visita di Papa Francesco a Barbiana ha ovviamente riabilitato in ambito cattolico la sua opera assunta ora a modello di come essere Chiesa. In ambito laico le iniziative che hanno ricordato quest’anniversario sono state molto poche e questo credo sia un errore. Il tema fondamentale di don Milani è la capacità di calarsi senza mediazioni nella parte più debole e emarginata della società e dal quel punto di vista analizzarla e prendere parte alla vita politica in modo rigoroso, diversamente dal “malpancismo” in cui prospera il populismo contemporaneo.
Qualsiasi presa di posizione in don Milani non si riduceva ad un atto di fede o ideologico. Buona parte di “Lettera ad una professoressa” è dedicata ad una analisi dettagliata della popolazione scolastica di allora ed ai flussi che la attraversavano e alla selezione che ne derivava all’interno di una società classista. E’ evidente che oggi siamo in un contesto diverso, nel quale soprattutto l’accessibilità alla conoscenza è esponenzialmente aumentata. Non per questo la politica si fonda più di allora su questo metodo analitico e oggettivo che dovrebbe essere alla base di ogni programma di governo della cosa pubblica. La semplificazione sembra essere invece la cifra distintiva dei nostri tempi e per questo credo che una riflessione a “sinistra”, o in ambito sindacale, non formale su “lettera ad una professoressa” sarebbe opportuna.

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