FOGLI DI CARTA

di luca chiarei

IMG_5142

Bergamo alta – particolare

I libri di cui ho parlato in questa rubrica sono stati scelti per la caratteristica comune di essere testi significativi nel mio percorso di vita. In che senso? Perché non sono state delle semplici letture ma esperienze, come lo sono una relazione, il lavoro, una camminata in montagna…Sono libri per cui posso dire che quando ho terminato di leggerli non ero più la stessa persona di prima. Il libro di cui voglio parlare oggi non ha certo bisogno della mia recensione…

…né ho la pretesa di aggiungere alcunché di originale rispetto a tutto quello che è stato scritto sulle “Operette Morali” di Giacomo Leopardi. Dico subito che se questo libro non fosse stato inserito nel programma dell’esame di “Teoria della critica letteraria” che ho sostenuto recentemente, non credo sarei mai andato in libreria a comprarlo… D’altra parte scegliere di fare l’università alla mia età ha ovviamente motivazioni profonde, tra le quali proprio fare “incontri” come questo. Ad un certo punto mi sono reso conto che solo uno studio metodico e in qualche modo guidato, avrebbe potuto sostenere la passione che ho sempre avuto per la lettura e la scrittura.
La passione da sola ho sentito che non poteva bastare, avevo bisogno di arricchirmi in consapevolezza e conoscenza. Se dovessi definire la sensazione che provo sperimentandomi in ogni esame, direi che è come imparare a riflettere sul senso della vita avendone già vissuta una parte: un ritornare sui propri passi ma lungo sentieri di fatto non percorsi realmente.
Le Operette Morali in sintesi sono una raccolta di prose e dialoghi scritte da Leopardi tra il 1824 e il 1832 (anche se la genesi profonda dell’opera può essere fatta risalire ancora prima) nelle quali l’autore utilizzando stili e linguaggi diversi esprime la propria concezione filosofica, stabilendo così un collegamento artistico con le riflessioni sviluppate nello Zibaldone. Quello che mi ha colpito e ha assunto per me importanza fondamentalmente sono due temi:
– il primo è la critica radicale all’antropocentrismo culturale, che caratterizzava invece il panorama del tempo, alla quale sono dedicate ampie parti dell’opera e molti dei dialoghi al punto da poterla considerare quasi un filo conduttore. Ovviamente non siamo in presenza di quel tipo di critica all’antropocentrismo sviluppata oltre un secolo dopo dalla coscienza ecologista, che a partire dalle conseguenze distruttive dell’impatto dell’uomo sul suo ambiente, vuole attaccare le radici profonde dei fondamenti culturali della società industriale occidentale (in quegli anni in una società fondamentalmente agricola come quella italiana non poteva essere percepito questo aspetto). Tuttavia Leopardi sviluppa una critica altrettanto radicale, anzi forse ancora di più perché esistenziale, nel senso che comprende come il punto di vista umano nell’universo sia solo uno dei tanti possibili e non certo l’unico. Esemplare il “dialogo della terra e della luna” nel quale la Luna contesta alla Terra la vana idea che tutta la realtà del cosmo sia fatta ad immagine di quella terrena:

“Luna: Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono. Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente da per tutto. Io dico di essere abitata, e tu da questo conchiudi che gli abitatori miei debbono essere uomini. Ti avverto che non sono; e tu consentendo che sieno altre creature, non dubiti che non abbiano le stesse qualità e gli stessi casi de’ tuoi popoli; e mi alleghi i cannocchiali di non so che fisico. Ma se cotesti cannocchiali non veggono meglio in altre cose, io crederò che abbiano la buona vista de’ tuoi fanciulli; che scuoprono in me gli occhi, la bocca, il naso, che io non so dove me gli abbia.”

E non può che stupire come questa critica sia affidata a figure fantastiche, allegoriche, ad una rivisitazione della mitologia classica, che però vanno a colpire quanto di più reale vi era nella cultura del tempo. A queste figure, contraddittorie nella loro essenza, Leopardi affida la descrizione di quella che è la reale condizione umana nella sua essenza materiale e spirituale.

– il secondo è come la nostra condizione limitata è finita, nella materia e nel tempo, e il senso di vuoto e di vano che ne deriva possono trovare una accettabilità nella consapevole ironia e nel riso:

“Ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto; e procuro di recarne altrui nello stesso modo… Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca all’infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo assai più degno dell’uomo, e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni; che il mettermene a sospirare, lagrimare e stridere insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto”(da OM, Dialogo di Timandro e Eleandro).

Un riso coniugato con quel pessimismo, che a mio parere altro non è che realismo, fa affermare a Leopardi, attraverso il personaggio di Tristano nel “dialogo di Tristano e di un amico”:

“Se questi miei sentimenti nascono da malattia non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano”

Annunci