Domenica prossima…

di luca chiarei

Un gufo strizza l’occhio nell’ombra
una lucertola si alza sulla punta delle zampe
la gola palpitante
le balene si girano lucenti
si immergono
cantano e di nuovo emergono
fluenti come pianeti che respirano
nelle spire scintillanti
della luce viva

Gary Snyder da “Madre Terra, le sue balene”
‘L’isola della tartaruga’ ed. Stampa alternativa

…nel silenzio pressoché totale degli organi di informazione di massa, si terrà il referendum sulla questione, per semplificare, delle trivellazioni petrolifere. Io andrò a votare, voterò per il si e invito tutti a fare altrettanto. Lo dico perché credo che la scrittura e la poesia si debbano intrecciare con la vita quotidiana, non restarne di lato: le sensibilità ambientali dai versi e dalle rime si devono tradurre in scelte concrete, di parte e assunzione di responsabilità.

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Il quesito referendario tecnicamente è contorto, in quanto si tratta di dire si all’abolizione del comma 239 dell’art. 1 della legge 28/12/2015 n.208 – legge di stabilità 2016, che ha sostituito la norma del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 nella parte in cui tutelava l’ambiente marino da questo tipo di attività industriale.   Sono convinto del si:
> sia per le ragioni specifiche relative agli impianti da cui è nata l’iniziativa referendaria delle regioni: ad oggi nel nostro mare entro le 12 miglia sono presenti 35 concessioni di coltivazione di idrocarburi, ma solo 26 sono produttive; il petrolio viene estratto solo nell’ambito di 4 concessioni dislocate di fronte a Marche ed Abruzzo e nel Canale di Sicilia. In totale le estrazioni del 2015 da queste concessioni (entro le dodici miglia quindi), sono state pari a circa il 2,7% del gas ed allo 0,9% del petrolio consumato in Italia. Una vittoria referendaria del “sì” non modificherebbe nulla relativamente alle attività oltre le 12 miglia marine, tanto meno la possibilità di cercare e sfruttare nuovi giacimenti sulla terraferma. Parliamo solo delle trivellazioni vicine alla costa, quelle che non si possono più fare perché vietate dalla legge (art. 6, comma 17°, del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.). Se al referendum dovessero vincere i “sì”, semplicemente alla scadenza delle concessioni, gli impianti dovrebbero chiudere, i primi tra 5 anni, gli ultimi tra circa venti. Dunque si tratta solo di decidere se ciò che è vietato fare ora entro le dodici miglia in mare, sia giusto permettere che continui fino ad esaurimento per gli impianti esistenti. Inutile quindi delineare apocalittici scenari di suicidio energetico o di fine prematura di una industria, o contrapporre “ottimisti/razionalisti” a presunti irrazionali apocalittici. Fuori luogo anche paventare effetti nefasti sul quadro energetico nazionale: i consumi fossili per fortuna stanno lentamente calando in Italia e se prendiamo sul serio gli impegni che il nostro governo ha sostenuto a Parigi lo scorso dicembre per evitare un aumento medio della temperatura entro i 2 gradi (magari 1,5), dovremo consumarne sempre meno e a livello globale dovremo lasciare sotto la crosta terrestre gran parte del petrolio.
> sia perché votare si è una occasione per orientare il piano energetico del paese nel senso di un diverso modello di sviluppo basato sulle energie rinnovabili e su consumi sostenibili e per contenere il modello ancora basato sulle energie fossili che è stato l’asse portante dello sviluppo industriale capitalistico. Non stupisce che questo sia il modello scelto da questo governo che non a caso, attraverso il partito principale che fa del decisionismo il suo cardine, decida in questa occasione di fatto di “astenersi”. Vi rimando a questo link dove potete scaricare un ebook gratuito per approfondire la questione specifica e le tematiche generali ad essa sottese.

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