l’orizzonte non serve servono navi – tracciare rette punto a punto tracciare archi dai cavalcavia – contare cattedrali contare passi lento formicolare della gente – lo sgocciolio delle orericomincia
c’è una nuova punta del naso | un altro modo di vedere il mondo pensare di farlo umano pensare | l'entropia delle speranze scansare le linee del divenire | pontili come cesure
in punta di dito scorrere il finale leggere alle fermate diplomazie e binari morti solo i bambini potranno altri mondi possibili
“per chi desidera parlare con naturalezza e dare libero sfogo ai sentimenti, la poesia probabilmente non è il mezzo di espressione più appropriato” Michail Wachtel
E’ questo il titolo del bel libro di Andrea Agliozzo, dottore di ricerca in Italianistica a Sorbonne Université e all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che affronta e sviluppa la questione della metrica nel sistema poetico Fortiniano, un tema importante se non fondamentale ma allo stesso tempo marginalizzato nelle discussioni non accademiche relative allo scrivere versi. In effetti sembrerebbe non avere senso discutere nel 2024 ancora di metrica e forma, in un periodo in cui la struttura che pare affermata sia quella di non avere strutture e schemi (quasi banale rilevare che anche questo è uno schema metrico), fino al limite della identificazione del testo poetico per quello che non è, la prosa.
Personalmente le questioni della metrica mi hanno sempre interessato sia come studio diacronico delle evoluzioni e consuetudini che ci hanno condotto al nostro presente, sia come sintassi di una espressione artistica, spesso confusa in una forma di spontaneismo emotivo. Per quanto il mio approccio alla scrittura è stato inizialmente dettato dall’esigenza di immediatezza espressiva, in un contesto nel quale la spontaneità era un elemento valoriale, ho sempre sentito il problema di avere una base di “appoggio” sul quale collocare contenuti.
La metrica in questo senso, per quanto sperimentata e sperimentabile secondo canoni flessibili, è per me diventata un’esigenza, una necessità e un tema di approfondimento, per quanto a volte ostico. Ed è stato lo studio di Fortini a farmi comprendere quanto la questione della metrica non sia una forma di erudizione per un approccio elitario e aristocratico alla poesia e alla cultura in generale, ma un riflesso di una organizzazione sociale più complessiva. E che l’atto dello scrivere si colloca sempre in un contesto storico preciso.
Quando avevo iniziato a scrivere il post precedente era circa la fine di gennaio e stante le difficoltà a reperire un dato aggiornato, al momento di pubblicarlo avevo lasciato quella cifra arrotondata (acquisita da varie agenzie di stampa quali Ansa, Agi ecc) immaginavo per difetto.
Ora finalmente ho trovato un dato, aggiornato al 13 febbraio, che supera di gran lunga quella stima, fornito dalla ong Euro-Med Human Rights Monitor. Al di la di quale sarà la cifra “definitiva”, se saranno (imbarazzato a scriverne in questi termini ma la situazione è questa) 26.000 o 36.000 o 46.000 le vittime complessive (di cui il 70% donne e bambini, a proposito di chi anche in guerra paga il prezzo più elevato), non trovo altre parole a descrivere tutto ciò se non come un genocidio di un intero popolo al quale ci siamo ormai assuefatti. Su questo blog qualcuno ha commentato che purtroppo oggi ci resta solo la parola: è vero e per quello che vale ho intenzione di utilizzarla.
Oggi 24 febbraio in molte città d’Italia ci sono numerose iniziative per il cessate il fuoco in Palestina e Ucraina, per riportare la risoluzione dei conflitti al tavolo del negoziato. E’ una prospettiva utopica, me ne rendo conto nel momento in cui scrivo, ma è l’unica che può essere percorsa in alternativa a “vittorie” o “soluzioni finali” per le quali il complesso militare industriale è tornato a pieno regime ad operare. Personalmente parteciperò oggi a quella di Milano.
Tutte le OnG più importanti hanno promosso appelli per il cessate il fuoco, segnalo le principali:
…è il numero delle vittime Palestinesi stimate dal 7/ottobre/2023 secondo varie fonti internazionali tra cui ONU, Ong, CRI, Mezzalunarossa ecc., arrotondato ovviamente per difetto. Un numero, lo sappiamo da 4 mesi, destinato ogni giorno ad incrementarsi e fatto al 50% da bambini. Non so quale sia il numero che deve essere raggiunto perché la comunità internazionale, ma direi la comunità degli umani, si renda conto che si sta consumando un genocidio: 100.000? 1.000.000 ? Ho anche fatto fatica in rete a trovare un numero preciso, segno che questa contabilità con il passare dei giorni diventa sempre più problematica, per non dire che sta producendo una sorta di assuefazione emotiva.
Si potrebbero aggiungere ancora tanti altri dati sulle distruzioni, sui massacri, sui feriti e mutilati, conseguenze di un conflitto di cui possiamo dire tutto, ma certo che non è iniziato il 7/ottobre dell’anno scorso. Neanche voglio in questa sede fare l’ennesima ricostruzione storica di come siamo arrivati a questo punto. Non perché non siano necessarie, tutt’altro, ma perché non sono uno storico e la mia conoscenza della questione nella sua complessità non me lo consente. Tanti altri meglio di me lo possono fare e lo fanno.
Da oltre 30 anni il mio lavoro è stato ed è, fondamentalmente ascoltare le persone ed i loro problemi. Non fraintendiamo, non i problemi intesi in senso generale, non ho questo tipo di vocazione, ma quelli più circoscritti ai problemi legati al complesso e spesso indecifrabile rapporto con gli istituti previdenziali e assistenziali (pensioni e invalidità, assistenza, contributi ecc.) di cui si occupano i patronati. In questi anni ho incontrato migliaia di persone, ognuno con la propria specificità, storia, passione. Da questa esperienza spesso ho pensato quale narrazione fosse possibile senza cadere nel banale o, peggio, nel retorico. Alla fine l’ho trovata in questa prosa poetica di una cara collega e amica che ha voluto condividere la riflessione sulla sua esperienza quotidiana, e che ringrazio di cuore. Quello che a mio parere emerge da questo testo è una empatia al cui centro non c’è il senso autoreferenziale di essere “buoni” e pertanto “bravi” ma quello di comprendere per condivisione di una condizione materiale di vita comune. Quella segnata dai problemi quotidiani dell’arrivare alla fine del mese, dell’arrivarci sani, della ricerca di una felicità possibile esponendosi anche con le proprie fragilità e dubbi: da quale parte della scrivania si da un servizio o invece si impara una lezione del vivere? con l’incertezza finale dell’ultimo “ospite”, di quale sia il posto che possiamo avere nel mondo. (L.C.)
2017
Finestra
Una mattina di lavoro…
In un imprecisato giorno dell’anno…
la prima persona che ho visto stamattina si è messa a piangere viene da piangere anche a me
ora è entrata la seconda.. devo ingoiare le lacrime e chiudere il cuore, quel cuore…
la seconda aveva un sorriso dolcissimo e una voce gentile…un fare delicato…una di quelle persone che restituiscono il sorriso
la terza era forte, forte e precisa ..ma sembrava nascondere una timidezza come di un fiore in un prato
la quarta era una donna in jeans..una bionda “texana”dai capelli fluenti, una charlie’sangellocale (altro…)