In questi giorni sto rinnovando il layout e il tema del Blog che dopo tanti anni aveva bisogno di una riverniciata…per questa ragione potreste avere ricevuto delle email strane che erano semplicemente delle prove. Vi prego non mettetemi nello spam…a breve tutto ritornerà come prima. Grazie!
Domenica 16 novembreOre 16.00 Circolo de Amicis – Via Edmondo de Amicis 17 Milano
Il libro fa il punto sulle forme di ibridazione della poesia nate dall’incrocio tra testo scritto e arte visiva, cinema, musica, informatica e performance. Ovviamente il focus è principalmente concentrato sugli autori operanti successivamente alla diffusione delle tecnologie digitali, pur non mancando l’approfondimento su sperimentazioni analogiche da parte di antesignani del genere.
Quando l’amica Rossana Di Fazio, dell’Enciclopedia delle donne, mi ha proposto di recensire il loro ultimo libro “Liberare la speranza” sottotitolo “rotte di un pensiero critico” di Giuliana Chiaretti ho avuto un momento di piccolo spiazzamento. Avevo appena finito di leggere un altro libro “L’ epoca delle passioni tristi” di Benasayag e Schmidt, incentrato sulla questione della “crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà” tra i quali l’idea illusoria che “il futuro era promesso come una specie di redenzione laica, di messianismo ateo (…) (una) promessa (che) non è stata mantenuta” e ora mi veniva proposta la lettura di un libro che apparentemente, dal titolo, sembrava fideisticamente proporre il contrario.
non siamo lì, a Gaza, sotto le bombe e davanti ai carri armati, a vedere le nostre case rase al suolo, i nostri bambini morire di fame, i nostri feriti finire negli ospedali e i nostri morti seppelliti nella nuda terra. Possiamo solo pensarci notte e giorno, soffermandoci sul nostro orrore.
Étienne Balibar filosofo
E ora? Ora che dalle minoritarie iniziative di fine 2023 e buona parte del 2024 che cercavano di sensibilizzare su quanto accadeva a Gaza nella quasi imbarazzata indifferenza generale, alle manifestazioni di questi giorni che hanno attraversato il paese mobilitando centinaia di migliaia di persone come non accadeva da decenni, non possiamo non chiederci che fare? non ho la risposta naturalmente ma penso che la domanda sia centrale. Abbozzo alcune riflessioni generali dalle quali, forse, un tentativo di risposta è possibile.
Dopo avere partecipato a diverse manifestazioni a Milano e dintorni fino all’ultima di ieri a Roma rilevo:
la maggioranza delle persone presenti lo ha fatto a titolo personale. Certo la bandiera della Palestina era ovunque ma moltissimi hanno sfilato senza identificarsi per forza dietro spezzoni sindacali, associativi, partitici
il minimo comune denominatore di questa mobilitazione è stato a mio parere il rifiuto delle persone di accettare l’affermazione del principio che la legge del più forte prevalga nel diritto internazionale e che la società civile possa avere un ruolo, esprimere anche una forza in questa direzione, prima ancora delle forze politiche.
allo stesso tempo, come è anche normale che avvenga, il movimento si è dimostrato estremamente variegato e articolato, in questo momento anche sugli obiettivi, a parte quello della testimonianza oggi ampiamente raggiunto. Al punto che non c’è alcun coordinamento generale ma solo l’iniziativa dei gruppi, a volte anche in “competizione” tra loro
E’ una vera necessità quella di raccogliere il messaggio emerso dalle piazze per trovare un momento di sintesi rispetto agli obiettivi reali possibili, o lo è solo per alcuni? E’ un tema sentito anche da coloro che si sono mobilitati oppure finita la testimonianza delle manifestazioni, ogni attore internazionale resterà al suo posto a fare più o meno quello che faceva prima (Trump, Meloni, Tajani, Netanyhau…) e noi ne prenderemo atto?
E’ possibile pensare che un movimento di questo tipo esprima anche l’opposizione delle persone “comuni” all’onda autoritaria, reazionaria e fascista della politica che oggi sperimentiamo quotidianamente?
Sono passati ormai 2 anni da quel 7/ottobre/2023, una data destinata a segnare una svolta: quella della fine di una condizione etica e politica generale nella quale fino ad oggi eravamo illusi di stare vivendo. E’ quello che ora ci propone l’insostenibile drammaticità della crisi di Gaza, le cui radici si collocano ben prima del “fatidico” 7 ottobre, ovvero nella genesi di un conflitto e nella nascita di uno stato, Israele, che concepisce la risoluzione dei conflitti con la soppressione fisica di tutti coloro che, per appartenenza di popolo o orientamento ideologico-religioso, non tanto si oppongono ma chiedono semplicemente uno spazio di convivenza. Un conflitto che ben prima di quella data aveva costruito tutte le premesse politiche a quanto accade oggi.