Storia di una esperienza di Ennio Abate

Questo intervento è il resoconto/riflessione di una esperienza, nella quale sono stato coinvolto personalmente, di quello che è stato il laboratorio dei “Moltinpoesia”: un gruppo di persone che si incontravano nell’allora sede della Casa della Poesia di Milano, presso la palazzina Liberty di Largo Marinai d’Italia. Penso che su quella esperienza, se non unica certamente significativa pur piccola e limitata nel tempo e nel numero delle persone coinvolte, valga la pena riflettere in maniera sgombra da pregiudizi di qualsiasi natura. Si è trattato infatti di una esperienza collettiva nella quale una comunità di poeti, tra loro molto diversi, nel periodo 2006-2012, si trovavano per confrontarsi, discutere, approfondire, convergere e a volte anche divergere intorno al senso della scrittura e di una idea di poesia. Ennio Abate, che ringrazio, che di quella esperienza ne è stato il coordinatore, ne ripercorre le premesse teoriche e la storia. In conclusione un mio commento per aprire, magari, un dialogo. (LC)

Che raccolgano il povero Io poetante che a fatica ha traversato i secoli.
Che lo portino fuori dall’angustia delle patrie lettere
e degli amoretti alla Nanni Moretti
spingendolo oltre
ad ascoltare toccare capire
le parti oscure del corpaccio
di questo mondaccio in furente divenire
a tradursi in lingue meticce
a costruire un’altra possibile poesia.

(E. Abate, Mi chiamo moltinpoesia, 2009)


È evidente a tutti che in poesia è crollata una chiara definizione dei suoi confini, precisi almeno fino agli anni ’70 del Novecento. La cesura fu registrata nell’antologia di autori vari «Parola Plurale»[1] e fissata attorno al 1975, anno per loro simbolico (Montale ottenne il Nobel, fu ucciso Pasolini e uscì «Il pubblico della poesia» di Berardinelli e Cordelli, antologia cult di quel decennio). Si era aperta – dicevano – una «faglia epocale» , che aveva separato la «Poesia Moderna», dotata di una «Idea della Forma», da quella venuta dopo. E l a causa profonda era indicata nella rivolta del ’68. Gli autori saltavano molte inquiete interrogazioni di alcuni maestri del Novecento, qua e là omaggiati ma in realtà evitati; e parve che volessero celebrare in fretta un nòstos (plurale, come da titolo) alla poesia. Ma in quale Itaca, visto che si era in piena globalizzazione e le guerre “democratiche” diventavano “permanenti”? Era un nòstos di resistenza o di accomodamento?

Col senno del poi mi pare di poter dire che prevalse l’accomodamento; e, per la precisione, alla cosiddetta « società dello spettacolo» e della TV. Come dopo un’esplosione, la poesia ora era disseminata dappertutto: nei testi amicali, nelle canzoni, negli slam, nelle plaquette autoedite o a pagamento, nei social. Diventata, però, sempre più irriconoscibile. I segni di questa crisi della poesia, ammessa da molti osservatori non superficiali, ho cercato di osservarli partendo dal fenomeno che ho chiamato dei molti in poesia, [2] che a me sembrò rimosso dal dibattito di quegli anni e per nulla indagato nei suoi aspetti innegabilmente ambivalenti. L’ho fatto in un continuo e a volte polemico confronto con alcuni poeti, critici e lettori appassionati di poesia. E con particolare intensità nel periodo in cui ho coordinato il Laboratorio Moltinpoesia di Milano (2005-2012) e poi sui blog Moltinpoesia [3] e Poesia e Moltinpoesia (2012-2013).[4] E gli appunti, che qui presento, sono un riepilogo e un primo bilancio degli incontri intellettuali e della riflessione che mi portarono a delineare l’ipotesi dei moltinpoesia.[5]

Devo ricordare che, dopo un periodo di militanza politica in Avanguardia Operaia (1968-1976), dal 1978, Franco Fortini era diventato per me la figura di intellettuale e di poeta che con più coerenza tirava le somme sui movimenti del decennio 1968-1978 e sulla loro sconfitta e avevo iniziato a studiare le sue opere fino ad allora trascurate. L’avevo poi incontrato alcune volte[6] e condividevo la sua esigenza che la poesia non fosse «disgiunta dalla coscienza vigile di tutto quel che poesia non è» e che non si facesse «vino di servi truccati da signori».[7] Alla sua morte feci mio il richiamo etico, poetico e politico («proteggete le nostre verità») di «Composita solvatur» (1994), la sua ultima raccolta di poesie pubblicata in vita. Partecipai, perciò, con varie riserve alle successive occasioni offerte dalla vita culturale milanese, che si esprimeva ancora in alcuni tentativi di riviste sia pure eterogenee, di breve durata e sempre più distanti dal marxismo critico di Fortini. Fui redattore per il Nord di «Inoltre»;[8] direttore, su spinta di Giampiero Neri, per i primi numeri della rivista «Il Monte Analogo»[9] d’impostazione del tutto tradizionale; e affiancai Giancarlo Majorino nel tentativo di «Manocomete».[10]

Più tardi, nel 2000, cominciai a parlare  di «scrittura in  clandestinità»[11] trovai conferme della crisi della poesia (e della  critica letteraria) negli «Atti del  Convegno di Pontignano» del 2001[12] e in un saggio di Niva Lorenzini, «La scrittura orale» in «1977 l’anno in cui il futuro incominciò»;[13]  mi interessai al  vivace dibattito sulle trasformazioni del lavoro e sul passaggio dal fordismo al postfordismo; lessi «Impero» di Antonio Negri (2000)   e «Grammatica della moltitudine» di Paolo Virno (2001).  E fu una lettura di quel periodo –  dell’introduzione di Majorino al suo «Poesia e realtà 1945-2000» -,[14] a farmi collegare un suo accenno alla scrittura di massa («Il numero dei poeti, per quanto esiguo dirimpetto il frenetico incrementarsi di scriventi versi o righe a capo, è ben più folto»)[15] alla prospettiva politica  della moltitudine e dell’esodo. Da queste peregrinazioni intellettuali vennero poi fuori: una conversazione con lui sul tema degli «scriventi versi» e l’idea di fare una inchiesta sul fenomeno;[16]  il mio saggio Poesia Moltitudine Esodo (2003) su «Inoltre»;[17]  e la fondazione del Laboratorio Moltinpoesia, che poté riunirsi, grazie all’ospitalità offerta da Majorino, nella Palazzina Liberty, sede della  Casa della Poesia di Milano, da lui presieduta.

Il Laboratorio Moltinpoesia, nei primi tre anni di attività, calamitò fervori, entusiasmi e contraddizioni di un piccolo gruppo di amici e conoscenti, soprattutto milanesi ma pure di alcune altre città. Nel primo comunicato stampa (2 marzo 2006) ne chiarii gli intenti: contrastare la crisi della poesia organizzando proprio gli «scriventi versi»,[18] di cui parlava Majorino (o, nel gergo di allora, il cosiddetto “pubblico della poesia”). Pur avendo ben presente quanto ambigua fosse quella diffusa passione per la poesia, spesso fondata su pochi o dubbi studi e motivazioni esistenziali oscure, puntai a fare del Laboratorio, a cui si partecipava – (oggi va sottolineato)- gratuitamente, un luogo di discussione non gerarchico sulle questioni della poesia e aperto a tutti: dalla casalinga al docente universitario.

Gli incontri furono seguiti stabilmente da una quindicina di persone e raggiunsero un massimo di 50-60 partecipanti in particolari momenti. Più o meno guardati con diffidenza o ignorati dai “poeti di serie A”, in quel  “cantuccio” concessoci dalla Casa della Poesia di Milano, si fece un bel lavoro. Tenemmo riunioni quasi mensili, dal settembre al giugno di ogni anno e alcuni incontri presso altri circoli culturali di Milano o dei dintorni, per sviluppare una dimensione anche itinerante del Laboratorio. Partecipammo e/o gestimmo alcuni “microfoni aperti” della Casa della Poesia di Milano. Preparammo un questionario rivolto a redattori di riviste di poesia (cartacee e on line) o a cenacoli e associazioni culturali sempre di Milano e dintorni. Discutemmo alcune raccolte poetiche dei partecipanti al Laboratorio o di autori ritenuti di riferimento dai singoli partecipanti o su vari temi. Ci divertimmo anche a fare alcuni -elementari ma significativi – esperimenti per produrre insieme un testo poetico a partire da un tema. Costituimmo un embrionale “Gruppo Critici”. Stampammo e pubblicammo a nostre spese cinque numeri di un «Fogliettone Moltinpoesia».[19] Mettemmo in cantiere la compilazione di un «Dizionarietto dei moltinpoesia», che voleva documentare in modo ragionato la produzione di massa di testi poetici o parapoetici. E, infine, a partire dal maggio 2009, gestimmo il blog Moltinpoesia.[20]

I contatti tra i partecipanti al Laboratorio furono coordinati da me. Preparavo i calendari annuali delle attività e, per ogni incontro, un dettagliato resoconto, seguito spesso da un vivace scambio di commenti per posta elettronica.[21]

Quell’esperienza, in fondo rimasta milanese e abbastanza sconosciuta, s’interruppe quando le aspirazioni eterogenee e, come detto, ambigue dei partecipanti man mano si chiarirono. Si palesò un contrasto netto tra chi voleva occuparsi “di poesia e basta” o diffidava di ogni tipo di critica della poesia e chi – (forse solo io?) – perseguiva la prospettiva dei moltinpoesia teorizzata.n effetti, già prima della fondazione del Laboratorio, avevo ricevuto  obiezioni e critiche di amici, alquanto scettici o più prudenti o ostili per principio alla mia ipotesi.

Credo che la ritenessero demagogica o populista. O inconciliabile con la loro convinzione di una continuità inalterata della ricerca poetica malgrado i cataclismi della storia. O timorosi che venisse trascurato lo studio dei “veri poeti” o svalutato il lavoro individuale del poeta sostituito da un collettivismo pseudopoetico “da kolkoz”, come qualcuno rimproverò. A me, invece, è parso che essi poco si curassero della fase storica diversa e quasi indecifrabile in cui stavamo entrando e del clima culturale sempre più regressivo determinato dall’avanzare delle “guerre permanenti” rispetto agli anni, ormai lontani, dei movimenti.

Non che ci sia un’immediata e automatica relazione fra i cambiamenti sociali e politici e le incomprensioni o le gelosie o le antipatie mascherate, che sempre sorgono nella vita associativa e che costellarono sia gli incontri del Laboratorio Moltinpoesia sia il dibattito successivo sui blog. La cesura avvenuta, però, a me è parsa sempre più devastante. In poesia sono prevalse le prospettive nostalgiche, se non reazionarie, di ritorno al passato idealizzato di una élite di poeti “buoni artigiani della parola poetica”, che sanno solo loro le regole di un mestiere nobile e antico.

Recuperi altrettanto nostalgici, sia pur di segno apparentemente ancora progressista, mi paiono sia le proposte di “poesia civile” che, troncati da tempo i legami tra poeti e storia delle lotte operaie e sociali, non hanno di che alimentarsi, visto che La cosiddetta “società civile” è sempre più stremata e indotta alla passività o all’indifferenza di fronte ai massacri che si moltiplicano e non è più in grado di una opposizione significativa. E sia gli sparuti tentativi di un “ritorno all’epica”. Si sono restaurate nette gerarchie anche nei rapporti culturali.

In un momento in cui, come ha scritto di recente lo storico Claudio Vercelli, «Il capitalismo digitale e finanziario non cancella la conoscenza. Semmai la neutralizza, l’anestetizza, rendendola del tutto vana, inerte, inerme rispetto a qualsivoglia progetto/processo di emancipazione collettiva»,[22] che senso hanno sia l’ipotesi dei moltinpoesia che le proposte di poesia civile o di poesia epica? Non si rischia ad ogni passo di doversi adattare a qualche nicchia che i mass media concedono?

Nessun esodo, dunque, pare più possibile. Il socialismo-comunismo è finito nel buio.[23]

Immaginando con molto ottimismo che, anche dopo di noi, ci saranno singoli o gruppi che si interrogheranno sulla poesia e cercheranno di farne seriamente, mi sento soltanto di riassumere, a mo’ di vademecum ripulito e abbreviato o di classico messaggio-testimonianza in bottiglia di un superstite di una storia finita, le « Otto tesi  per essere (criticamente) molti in poesia», che avevo scritto nel 2012:


1. No ad una concezione della Poesia unica, eterna, astorica
Vale la pena di insistere sulla disomogenità e la conflittualità, spesso ancora corporativa, della ricerca in poesia. Come in tutti gli altri campi della vita sociale, quanti si occupano di poesia, generazione dopo generazione, stabiliscono o ristabiliscono sempre conflittualmente i propri valori al posto di quelli concorrenti o opposti alla propria visione (elitaria o democratica) sia della poesia che dei rapporti sociali possibili. Che tutti gli scriventi versi siano poeti è un’illusione ingenua o uno stereotipo usato per polemizzare contro i possibili processi di democratizzazione della poesia (e dei saperi in generale), ma si può essere scriventi critici e diventare poeti critici.

2. Essere (criticamente) molti in poesia è un progetto da costruire non un fatto documentabile
Non si può essere molti in poesia come si trattasse di salire in cima a un monte (il mitico Parnaso?). Né abitare in tanti dentro una Casa della Poesia, rinomata e vetusta ma costruita secoli fa e pensata per i gusti e le esigenze di pochi. Già Fortini ammonì: «Non esiste il Petrarca per tutti», intendendo l’impossibilità nella condizione dei molti, nella società capitalistica di massa, di fare la poesia di quelle élite culturali e l’errore di prenderla a modello. (Il che non esclude la possibilità di democratizzare la poesia, i linguaggi, i rapporti sociali in cui la si produce). Coerentemente le avanguardie artistiche del primo Novecento, quando assaltarono la Casa della Poesia di allora, mirarono a distruggerla. Non ad abitarla. Sapevano bene che i molti non vi potevano abitare e avevano bisogno d’altro. Mirarono a una rivoluzione, non a un cambio dei proprietari.


3. Conta la ricerca poetica. E la si può condurre sia in solitaria che insieme ad altri (in laboratorio, gruppo, cenacolo, salotto)
Le due principali spinte a fare poesia – quella lirica e espressiva dell’ ‘io’ (“privata”, “individuale”, ” libera”) e quella pubblica, istituzionale  del ‘noi’ (sorvegliata, critica, normativa) – possono ora respingersi ora avvicinarsi, confrontarsi o  ignorarsi. Non è detto che un laboratorio sia di sicuro un luogo di cooperazione. Non è detto che il lavoro in solitaria non imprigioni in un autismo sterile.

4. Collegare ricerca poetica e critica
Che si ammetta o meno la cesura – (riparabile o irreparabile)- tra poesia e critica di oggi e poesia e critica di ieri, si resta tra due esigenze contrapposte: dell’esprimersi e del censurarsi; del dire senza freno e del dire controllato; dell’ascoltarsi o dell’ascoltare gli altri; dell’accogliere e praticare la critica e dell’averne timore. Non si può, però, solo poetare. O solo criticare. Azzoppato uno dei due piedi, saltellare con uno solo non porta lontano.

5. Rendere scorrevoli i rapporti tra i vari livelli – alti, medi, bassi – del fare poesia
Nei molti ci sono differenze reali di formazione e di consapevolezza dei problemi della poesia. Che poeti di lunga pratica o con talento straordinario scrivano buone o ottime poesie potrebbe essere un arricchimento o un nutrimento per gli altri che iniziano a scriverne. Non va, però, sottovalutata l’accresciuta divaricazione fra specialismo e dilettantismo, fra gradi reali di eccellenza e di mediocrità, fra «uomini di qualità» e «uomini senza qualità». Sempre meno il filosofo va a braccetto e dialoga con il tonto, come suggeriva di fare Franco Fortini. E qui il discorso sulla crisi della poesia s’intreccia con quelli sulla crisi del progresso e della democrazia e del fallimento del socialismo- comunismo e sulla attuale situazione caotica e tragica di guerra in cui siamo precipitati. Come si fa a sostenere l’ingresso dei molti in poesia e quindi una democratizzazione in poesia, se ce la stanno azzerando nella società? I tempi sono tornati bui e sono tornati a prevalere gli autoritarismi elitari. I contatti tra chi sta ai piani alti, medi e bassi della ricerca poetica e della comunicazione sociale e politica sono diminuiti. Le differenze sono considerate insuperabili e inducono a chiudersi in pose di arroganza statuaria o di nichilismo disperato. Eppure bisogna contrastare gli snobismi elitari e quelli democraticisti, refrattari entrambi al confronto e alla fine tendenti al ghetto (o falsamente dorato o falsamente plebeo). Bisogna, nonostante tutto, tornare agli scambi, alle dialettiche.

6. Costruire una nuova estetica
Imparare il bello di essere molti. È un’affermazione quasi scandalosa, perché nella cultura e nella poesia italiana domina un pregiudizio anti-molti, ridotti a folla o a masse informi, sempre e soltanto minacciose, stupide, rozze. Questo modo di essere e di pensare elitario (liberale, razzista, classista e sessista), ora occulto ora mascherato, irrigidisce le differenze in gerarchie. Le predica come “naturali”, occultando e tacendo sul grado di violenza reale che avallano anche a livello simbolico (e sempre e solo a vantaggio dei pochi).
Potranno mai eccellenza e mediocrità avere un altro senso (includente e non escludente)? Meglio diffidare sia delle facili utopie sia del realismo statico. Bisogna riconoscere e valorizzare tutte le possibili differenze; e rafforzare un pensiero critico che sia capace di muoversi fra livelli qualitativamente alti, medi, bassi e viceversa, senza separare mai definitivamente e di netto l’eccellente dal mediocre, dal brutto, dall’informe, dal mostruoso (e, dunque, anche il poetico dal parapoetico o dal similpoetico). Mai dimenticare che l’eccellente o, in altre parole, il patrimonio culturale (e anche poetico) di qualsiasi epoca, come capì Walter Benjamin, «ha immancabilmente un’origine a cui non si può pensare senza orrore. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie».[24]


7 .Rintracciare dentro il supermercato dei mass media e dei social i cocci della poesia (e della tradizione) esplosa
Non ci raggiungono più gli inviti alla sobrietà, all’ecologia della letteratura (o della poesia)? Incontrastata  è la «dittatura dell’ignoranza» e risulta marginale ogni riuso della poesia, che pareva una cosa semplice e ragionevole in recente passato? Almeno i cocci di una poesia critica, disseminati nella comunicazione di massa, possiamo però raccoglierli e curarne la conservazione per un Progetto che, chissà, altri dopo di noi riusciranno a costruire.

8.  Evitare l’ideologia della fine delle ideologie
Essere molti in poesia è una scelta, una preferenza rispetto all’altra scelta o preferenza di essere pochi in poesia. Sì, è un orientamento ideologico da rivendicare contro l’ideologia contrapposta dell’essere in pochi. Ci sono schiere di poeti e critici pronti a giurare che la poesia c’è quando e dove l’ideologia tace. E che, quindi, ritengono del tutto secondaria l’opposizione molti/pochi in poesia, utopistico e vano un tentativo di democratizzarla. Sia lo schieramento dei molti (democratico) che quello dei pochi (elitario) possono essere portatori di problemi irrisolti e magari rimossi dall’uno o dall’altro schieramento o da entrambi. Bisogna insistere sul confronto e anche sulla polemica.


[1]  https://moltinpoesia.blogspot.com/2010/03/ennio-abate-una-parola-quasi-plurale.html

[2] Il termine ‘moltinpoesia’ è nato attorno al 2006, dopo un periodo di incubazione. In uno dei primi  incontri  di fondazione del Laboratorio, circolarono non senza scetticismo e autoironia i termini di “nebulosa poetante” e “moltitudine poetante”. Poi optammo per il più semplice’ molti in poesia’ assemblato alla fine in ‘moltinpoesia’ suggerito durante una riunione da Gabriele Pieroni..

[3] https://moltinpoesia.blogspot.com/

[4] https://moltinpoesia.wordpress.com/?_gl=1*1lcqpb4*_gcl_au*MTEwMjIzOTY5OS4xNzY1NTQ5NjI4

[5] Bibliografia dei principali articoli sul tema dei moltinpoesia:

2000 – Per una scrittura in clandestinità, Dossier 3, in «Il gabellino», n. 2, novembre 2000
https://ilgabellino.eu/ilgabellino/article/view/81/70

2001 – La poesia da lontano. Qualche ragionamento su Poesie e realtà 1945 – 2000 di Giancarlo Majorino https://moltinpoesia.blogspot.com/search?q=La+poesia+da+lontano.+Qualche+ragionamento+su+Poesie+e+realt%C3%A0+1945+-+2000+di+Giancarlo+Majorino

2002 – Conversazione con G. Majorino, 5 giugno (in Appendice: https://moltinpoesia.blogspot.com/2023/03/poesia-moltitudine-esodo.html#more

2003 – 2004  Poesia Moltitudine Esodo, INOLTRE, n. 7 Jaca Book  (in forma più breve:   Moltitudine e Poesia, Il Monte Analogo, n.1)
https://www.poliscritture.it/2023/03/02/poesia-moltitudine-esodo/

2005 –  Il presente del Capitale e la poesia. Convegno Qui. Appunti dal presente
https://moltinpoesia.blogspot.com/2023/03/poesia-e-presente.html#more

2005 – Il Monte Analogo. Risposta all’Inchiesta sulle riviste di poesia della rivista  Ulisse/lietocollelibri
https://rivistaulisse.wordpress.com/2005/12/15/lulisse-5-6-le-riviste-letterarie-cartacee-italiane/2005 – Su “Parola plurale”
https://moltinpoesia.blogspot.com/2023/03/moltinpoesia-appunto-7-appunti-su.html

2005 –  Un’inchiesta sulla moltitudine poetante
https://www.poliscritture.it/2023/04/03/moltinpoesia-appunto-6-piccolo-bilancio-di-uninchiesta-sulla-moltitudine-poetante-2005/

2006-2012   Laboratorio Moltinpoesia (https://moltinpoesia.blogspot.com/)

2009  – Mi chiamo moltinpoesia
https://moltinpoesia.blogspot.com/2023/05/moltinpoesia-appunto-11-mi-chiamo.html

2011 – Critici e poeti: cani e gatti?
https://moltinpoesia.blogspot.com/2011/03/laboratorio-moltinpoesia-critici-e.html#more

2011 –  Sull’Antologia “Calpestare l’oblio”

2012 – Una premessa e otto tesi  per essere (criticamente) molti in poesia
https://moltinpoesia.blogspot.com/2012/06/ennio-abate-una-riflessione-per-la.html#more

2012 – Su un’intervista a Guido Oldani a proposito di «realismo terminale»
https://moltinpoesia.blogspot.com/2012/12/ennio-abate-su-unintervista-guido.html

2013 –  Sulla poesia esodante. Intervista di Ezio Partesana a Ennio Abate
https://www.poliscritture.it/2015/08/03/sulla-poesia-esodante-intervista-2013-di-ezio-partesana-a-ennio-abate/

2017 – I poeti in tempo di guerra non pensano abbastanza
https://www.poliscritture.it/2017/02/22/i-poeti-in-tempo-di-guerra-non-pensano-abbastanza/

2020 – «Sui confini della poesia» di Franco Fortini. Appunti
https://www.poliscritture.it/2020/07/06/sui-confini-della-poesia-di-franco-fortini-appunti/

[6] https://www.poliscritture.it/2026/01/20/un-filo-tra-milano-e-cologno-monzese-2/

[7] «Per Paul Lawton» è il testo inedito in Italia di Franco Fortini, datato «20 novembre 1991», qui riprodotto soltanto in parte. (Originale dell’Archivio Fortini dell’Università di Siena. Trascrizione a cura di Elisabetta Nencini). Pubblicato il 14.10. 2004 su «il manifesto».

[8] https://www.poliscritture.it/2014/08/31/quelli-della-rivista-inoltre-1996-2003-luciano-della-mea/

[9] https://www.poliscritture.it/2019/09/09/il-dilemma-irrisolto-di-una-rivista-di-poesia/

[10] https://www.poliscritture.it/2020/06/28/appunti-e-disappunti/

[11] https://ilgabellino.eu/ilgabellino/article/view/81/70

[12] Genealogie della poesia nel secondo Novecento. Giornate di studio (Siena, Certosa di Pontignano, 23-25 marzo 2001

[13] Niva Lorenzini, La scrittura orale in 1977 l’anno in cui il futuro incominciò, Fandango 2002

[14]https://moltinpoesia.blogspot.com/search?q=La+poesia+da+lontano.+Qualche+ragionamento+su+Poesie+e+realt%C3%A0+1945+-+2000+di+Giancarlo+Majorino

[15] G. Majorino, Poesie e realtà 1945-2000, pag. 47, Tropea, Milano 2000. Subito dopo, a pag. 48, l’accenno  proseguiva così: «È da aggiungere che l’ingiustizia certa dello scegliere deve ancora più manifestarsi in questa zona [che Majorino chiamava «l’epoca del gremito», nota mia] sia nei confronti di autori conosciuti, sia nei confronti di autori nuovi. L’idea, tutto sommato offensiva, di stilare un elenco di cognomi è stata sùbito abbandonata; sono più di cento comunque, i poeti veri, capaci di stile».

[16] In Appendice nell’articolo Poesia Moltitudine Esodo: https://www.poliscritture.it/2023/03/02/poesia-moltitudine-esodo/

[17] https://www.poliscritture.it/2023/03/02/poesia-moltitudine-esodo/

[18] E chi sono per noi che su riviste
di poesia pubblichiamo i versi
che ci piacciono? Fratelli? Concorrenti?
Compagni di strada? Pedine da manovra?
(https://moltinpoesia.blogspot.com/2010/03/ennio-abate-i-molti-nella-poesia-doggi.html)

[19] Numero 1: https://www.poliscritture.it/2026/07/31/fogliettone-1-moltinpoesia-febbraio-2009/
Numero 2: https://moltinpoesia.blogspot.com/2010/03/fogliettone-moltinpoesia-n2-aprile-2009.html
Numero 3: https://www.poliscritture.it/2026/08/02/fogliettone-3-moltinpoesia-novembre-2009/

[20] http://moltinpoesia.blogspot.com/

[21] Tra gli incontri più seguiti e significativi ci furono quelli con: – Giancalo  Majorino sul Viaggio nella presenza del tempo (dicembre 2007); – Giampiero Neri su Teatro naturale e teatro storico (marzo 2008);  – Eugenio Grandinetti su Catullo e la poesia degli antichi (marzo 2009); – Enzo Giarmoleo su Ferlinghetti; – Leonardo Terzo e Simona Viciani su Bukowski; – Loredana Magazzeni, curatrice dell’antologia «Corporea»  di poesia femminile; – l’attore Oliviero Corbetta,  che recitò testi di Franco Fortini in una “prova di spettacolo” intitolata «Per un buon uso delle rovine. Storia d’Italia tra poesie e prose» (febbraio 2010). L’elenco degli incontri tenuti dal Laboratorio Moltinpoesia di Milano si legger qui: https://moltinpoesia.blogspot.com/2023/12/moltinpoesia-gli-incontri-dal-2007-al.html

[22] e͏t͏s͏o͏S͏p͏d͏r͏n͏o͏3͏u͏t͏u͏1͏0͏0͏h͏g͏0͏c͏g͏h͏a͏6͏4͏h͏5͏f͏2͏3͏3͏i͏u͏3͏a͏4͏h͏l͏1͏3͏9͏f͏0͏3͏8͏7͏g͏3͏h͏a͏0͏ ͏4͏u͏f͏7͏m͏5͏0͏ ·

[23] https://www.poliscritture.it/2025/06/19/il-comunismo-nel-buio-1/

[24] W. Benjamin, Tesi sulla filosofia della storia, in «Angelus Novus», pagg. 75-76, Einaudi, Torino 1962

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Una risposta a “L’ipotesi moltinpoesia”

  1. Avatar luca chiarei
    luca chiarei

    Credo che dalla seconda metà degli anni 70, pensando “alle spiagge laziali, alla società dell’effimero” per citare un saggio di Fortini che in modo tagliente osservava più o meno lo stesso fenomeno (le spiagge laziali alludevano all’evento iconico del festival della poesia di Castelporziano del 1979), si è sviluppata una produzione/fruizione della poesia sempre più orientata alla spettacolarizzazione e all’intrattenimento, al mito del poeta, vate o maledetto fa lo stesso, quale figura capace di attrarre prestigio sociale. Da qui la necessità per molti di fare parte di questa comunità da protagonisti, cioè autori, possibilmente senza filtro alcuno.

    Da quella stagione è partita un’onda molto lunga, tutt’altro che esaurita, che ancora produce i propri effetti in termini di epigonismo di generi e autori, prevalentemente lirici, egotismo e protagonismo che si manifestarono anche nella esperienza di cui parliamo.

    La differenza è stata che quel laboratorio si poneva non solo come una tavola rotonda, fra le tante, di autori di versi impegnati a leggerseli reciprocamente e assai meno ad ascoltarseli. Era anche un luogo di confronto, studio delle radici e critica reciproca motivata, intorno alla poesia nel suo contesto storico come nelle tendenze contemporanee.

    Un duplice tentativo di formare sia percorsi personali di scrittura attraverso la padronanza anche di strumenti critici e auto-critici che aiutassero alla costituzione di un senso generale intorno a quell’avviso “qui poesia”; sia un tentativo di declinare un noi collettivo in un ambito che fa dell’individualismo la sua cifra distintiva (al massimo delle bolle tra simili). E aperto a chiunque, anche a quelli privi di una formazione specifica o un percorso di studi certificato, ma solo genericamente interessati/attratti dalla poesia. Insomma, uno spazio aperto anche ai “cafoni” per dirla alla Di Vittorio…

    L’esperienza è poi terminata per le ragioni di cui parla Ennio Abate e questo epilogo mi convinse che la poesia non è certo un elemento unificante dell’esperienza umana abitata da inevitabili conflitti e divisioni, di classe e non solo. Quello che conservo di questa esperienza, e che continuo a ricercare, è la necessità del confronto, anche polemico se necessario, tra le diversità e tra coloro che fanno della ricerca la propria cifra esistenziale. Cominciando magari anche dai punti che ci propone Ennio

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