
Quando sono nato la guerra era finita da appena 15 anni, un tempo veramente breve a ripensarci ora ma che allora mi sembrava incommensurabilmente esteso: il sentimento del presente, la sensazione, era quella di vivere in un’altra dimensione della storia, quella dello sforzo di ricercare soluzioni non armate ai conflitti tra i popoli, quella che voleva chiudere l’esperienza della guerra avendone tratto l’insegnamento che non si dovesse mai più ripetere. Non era per la lontananza temporale – a ripensare oggi quello che è successo/ci è successo 15 anni prima, non lo percepiamo certamente come evento lontano e alieno dal presente – che si percepiva la diversità dal vissuto della guerra ma per il cambio di paradigma che la comunità internazionale in qualche modo faceva proprio, almeno formalmente, sintetizzato in modo magistrale dall’art.11 della nostra costituzione.
Ho fatto in tempo a sentire racconti reali, storie minime, di molti che il periodo bellico e pre-bellico l’hanno attraversato. E nella scuola che si frequentava allora, continuamente ci veniva ricordato che quello che era successo con la guerra, l’olocausto, la Shoà, era orribile e non poteva e doveva mai più accadere.
La mia generazione è cresciuta leggendo i testi di Primo Levi, approfondendo la storia di quel genocidio avvenuto nel cuore d’Europa, leggendo le giustificazioni dei gerarchi nazisti al processo di Norimberga, riflettendo sulla banalità del male come ce lo proponeva Hanna Arendt. Dunque é stato normale e naturale accogliere con simpatia la ricostituzione in una identità statale del popolo ebreo (anche se fin da allora era rimossa la storia che rendesse conto di come era avvenuta questa costituzione) che così profondamente era stato vittima, per definizione, della seconda guerra mondiale.
Abbiamo salutato con favore la legge n.211 del 20 luglio 2000 che istituì la giornata della memoria per
“conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”
e anche la risoluzione 60/7 con la quale l’assemblea generale delle nazioni unite nel 2005 ha deliberato l’istituzione della giornata della memoria il 27 gennaio, giorno della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte delle truppe dell’armata Rossa. Una giornata nella quale si riafferma l’interezza e unicità dell’essenza umana. Da quell’anno quella data è stata l’occasione per me e per molti altri per dedicare, almeno per un giorno e almeno un pensiero, alla Shoà se non a partecipare attivamente con convegni, recital, spettacoli teatrali e musicali.
E con stupore abbiamo assistito al fiorire nel cuore dell’Europa delle teorie negazioniste dell’olocausto e dei campi di sterminio, che secondo alcuni storici e intellettuali quali Robert Faurisson, l’Institute for Historical Review fondato nel 1978 negli Stati Uniti, non sarebbero esistiti. Per quanto figure di solito isolate dalla comunità scientifica, non sono mancati politici della destra che hanno ripreso queste teorie.
Sono personalmente orgoglioso di appartenere ad una organizzazione sindacale che annualmente organizza i treni della memoria con i quali migliaia di studenti hanno visitato i campi di sterminio in Germania e mi auguro che, nonostante tutto, continuino a farlo sempre.
Tutto questo ha alimentato nel corso dei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, una coscienza collettiva storica dell’occidente di auto-colpevolizzazione per quanto successe allora nel silenzio indifferente della grande maggioranza dei cittadini tedeschi e europei. Al punto che il primo atto fondativo dello stato di Israele (che nessuno vuole rimettere in discussione per quanto riguarda il diritto alla sua esistenza), è stata la Nakba, un atto di guerra e occupazione pressoché sparito dalle narrazioni mainstream, che tra il 1947 e il 1948 comportò l’esodo forzato di ca. 700.000 arabi palestinesi dai territori occupati da Israele nel corso della prima guerra arabo-israeliana del 1948 e della guerra civile che la precedette.
E’ in virtù di quel credito morale e senso di colpa collettivo ereditato dalla Shoà che ad Israele è attribuito una sorte di statuto speciale per il quale oggi è concesso tutto quello che per altri stati comporta invece sanzioni e condanne? E’ per quello che, per dirne una, la nota risoluzione 194 dell’ONU sia rimasta inascoltata e inattuata dal 1948? E’ per quello che evidenti crimini di guerra perpetrati da Israele su tutti i fronti nei quali combatte, contro civili e infrastrutture civili, sono ignorati o tollerati come effetti collaterali? Infine come è possibile che la critica ad una politica storicamente determinata di uno Stato sia confusa con la discriminazione razziale dell’antisemitismo, al punto da volerla perseguire legislativamente? Forse è questo l’effetto più perverso del credito?
Oggi questo credito è finito e non è più accordabile: i fatti storici più recenti, a partire dall’ottobre del 2023 a Gaza, fino alle guerre incessanti che da quella data ad oggi lo stato di Israele promuove in nome della propria sicurezza e di teo-ideologie suprematiste, ne hanno eroso la sostanza. Israele, per quanto banale e ingenuo possa essere scriverlo, deve essere riconsiderato uno stato come tutti gli altri, la cui storia passata non legittima il diritto ora all’uso della forza indiscriminata contro chiunque rivendica il proprio spazio vitale.
E soprattutto è finito il credito per un comportamento che ritiene di non avere alcun ordinamento superiore a cui attenersi, che non esiste alcuna comunità internazionale di persone umane e politiche, portatrici di un diritto internazionale più vasto del proprio. Gli atti di pirateria internazionale nei confronti dell’iniziativa umanitaria della Global Sumud Flotilla ne sono l’ultima plastica esemplificazione. E come dobbiamo considerare l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sulle atrocità deliberatamente compiute nei confronti dei bambini palestinesi? Possono essere compresi come effetti collaterali di una storia irrisolta che va avanti da oltre 50 anni? Se questo accade è il segno che una premessa alla base delle relazioni umane evidentemente è ormai saltata: riconoscere nell’altro essere umano una natura comune, analoga alla mia e portatrice degli stessi diritti.
Che poi si disserti se quello in corso è un genocidio oppure una strage o uno sterminio, per quanto non mi sfugge la differenza giuridica tra i termini, mi chiedo quale differenza faccia per chi ne è quotidianamente la vittima e per il giudizio storico/politico definitivo che prima o poi dovrà essere dato a quanto sta accadendo.

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