leggere una poesia…

di luca chiarei

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Genova – vicoli

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato 
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso
amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

E.Montale

In queste settimane un caro amico mi ha chiesto, in occasione del suo compleanno, di leggere alcune poesie per lui significative, che esprimevano le sue convinzioni personali più profonde. Non mi capita spesso di ricevere una richiesta come questa anzi, se ci penso bene, forse è stata l’unica volta… ho così colto l’occasione per tornare a riflettere intorno ad alcune idee sul tema delle affinità in poesia, sul senso della letteratura e delle relazioni che ne derivano, che si sono consolidate in questi ultimi anni e dunque, proprio per questo, da sottoporre a verifica.

Avendo frequentato negli anni passati circoli amicali di “poeti”, città o di provincia non fa differenza, impegnati in confronti dialettici e soprattutto nel creare occasioni di letture pubbliche, sono arrivato alla conclusione – non nuova per chi legge questo blog – che la poesia di per se non crea affinità tra le persone. Quando si hanno stili di vita profondamente diversi, scelte politiche o ideologiche a volte quasi antitetiche, livelli economici assolutamente difformi (perché quest’aspetto non dovrebbe essere rilevante?) è oggettivamente difficile intendersi ed è altrettanto difficile che la poesia funga da catalizzatore unificante. Eppure ricordo bene l’ aspettativa che si creava in questo senso, come ricordo i conflitti tra le persone una volta deluse nel vederla irrealizzata. Altre volte invece regnava l’assoluta mancanza di conflitto, apparente, che evidenziava indifferenza intellettuale e ascolto formale. Nel climax poetico/neoromantico di questi ambienti le differenze venivano semplicemente eluse, quasi la poesia fosse una specie di idealizzata zona franca dalla quale il mondo cattivo (l’impoetico?…) ne restasse fuori, o se vi entrava era al massimo per una semplice didascalia da engagé…

La richiesta di questo mio amico mi ha inizialmente spiazzato…lui partiva  “dalla fine”, dalla poesia, per risalire alla sorgente dell’empatia e dell’affinità propria dell’amicizia, in questo caso posso dirlo, autentica. Uno spiazzamento, salutare, per una serie di ragioni che, al di là del frammento di vicenda personale, possono forse avere un interesse generale per cui valga la pena parlarne:

  1. tra noi non c’è una amicizia di lunga data per cui la conoscenza reciproca nel tempo possa avere aiutato a costruire una affinità profonda;

  2. politicamente abbiamo una prospettiva e anche una comune organizzazione di riferimento, ma la stiamo vivendo in modo diverso, non sempre serenamente, con sofferenze e attriti per entrambi anche se per ragioni diverse;

  3. non abbiamo avuto molte occasioni di condivisione di eventi, incontri, manifestazioni, convegni… al massimo discussioni brevi ma non banali su la politica, l’arte, la letteratura…ma  abbiamo abbastanza camminato insieme, questo si…

  4. non ci siamo conosciuti ne frequentati nei circoli di cui sopra…

E allora com’è possibile che nonostante ciò si sia creata una affinità tale che è sfociata nella lettura di una poesia – tra le forme dell’arte umana quella per me fondamentale -, e tra le poesie scelte da lui una per me tra le più significative? E per le stesse ragioni?

Certamente lui ha ragione quando, in quell’occasione, ha detto che per l’età che abbiamo le affinità tra le persone con le quali entriamo in contatto si sentono in virtù dell’esperienza di vita accumulata. Ho voluto comunque scavare un po’ di più nella questione. La poesia scelta è quella dell’apertura di questo post, di Eugenio Montale, tratta dalla prima raccoltaOssi di seppia” ‘Non chiederci la parola’. Una poesia che, al di la dei giudizi critici che possiamo rivolgere al Montale successivo, assume particolare significato se confrontata al contesto storico nel quale fu scritta: da una parte eravamo all’inizio del ventennio fascista, quando quali erano le parole da dire apparentemente si sapevano molto bene; dall’altra è stata anticipatrice del “male di vivere” del secolo scorso, dello sgretolarsi del sistema di sicurezze fondato troppo facilmente, e automaticamente, sulle ideologie non sottoposte a costante verifica. Sul piano personale è stata una di quelle poesie che hanno avuto il ruolo di farmi dubitare delle mie sicurezze ideologiche, quelle della politica come quelle delle relazioni più intime, a farmi mutare l’approccio alla vita pubblica e apprezzare l’incertezza piuttosto che l’ostentazione della sicurezza. Allora ho pensato che che se era vera la prima affermazione sulla poesia come elemento di per se non unificante, è forse altrettanto vero il contrario: essa lo diventa in quanto può condensare la profondità e l’autenticità dei contenuti, sintetizzare il percorso concreto – nel tempo, nello spazio e nel pensiero – di una vicenda personale incrociandola per analogia a quella di tante altre. E se ad alimentare una amicizia è una poesia come questa credo che a darle futuro siano le domande che apre dentro di noi: vivere nell’attrito tra tenere insieme la consapevole incertezza delle parole da dire, quello che vorremmo, con le scelte politiche quotidiane; quelle per cui da una parte si deve stare insieme al rischio di sbagliarle, magari tutte. Insomma nell’impoetico della vita materiale di ogni giorno.

Grazie dunque per quella lettura, a chi me l’ha chiesta e a chi ha avuto la pazienza di ascoltarla.

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