Visioni

di luca chiarei

ilpianeta

Visto il periodo e visto il rischio di scivolare nella retorica del natale, tradizionale o alternativo che sia, parliamo d’altro: propongo l’anticipazione del mio piccolo contributo al prossimo numero 11 della rivista Poliscritture dedicato alla scienza. L’articolo è il ricordo di una esperienza personale di quando ero bambino dalla quale è poi nata la mia passione, molto sotto traccia, per la science-fiction con consiglio finale per un film di tanti anni fa…

IL PIANETA PROIBITO

La mia passione per la letteratura di fantascienza o science-fiction, come volete voi, nasce da un episodio vissuto da bambino che la tecnologia di oggi, allora neanche immaginabile, mi ha permesso di rivivere concretamente…In una sera imprecisata di un anno altrettanto imprecisato tra il 1967 e il 1969, anni nei quali facevo le elementari e la televisione era ancora a canale unico e rigorosamente in bianco e nero, mi capitò di vedere un filmdi fantascienza il cui ricordo mi accompagnò negli anni a venire. Sono della generazione del “dopo carosello a letto…” ma quella sera evidentemente ci fu una eccezione.


Di quel film mi rimase fissata nella memoria per anni non certo la trama come il titolo ma una particolare sequenza: quella del mostro di turno che, invisibile e indefinibile, si materializzava nel suo minaccioso avvicinarsi alla spedizione dei terrestri sbarcati sul pianeta in modo assolutamente magico. Come? attraverso l’apparire sulla sabbia delle impronte delle proprie zampe…e poi nella lotta, a base di scariche elettriche lanciate contro di lui dai membri della spedizione terrestre sbarcata sul pianeta, che colpendo il suo ne materializzavano il profilo…
Quelle sequenze negli anni successivi si sedimentarono nella memoria lasciandomi, per quanto sfumate dal tempo e dall’essere diventato adulto, una irrazionale paura dell’incontro con l’alieno, dell’essere totalmente altro da me. Tutte sensazioni che ho continuato a vivere anche molto dopo, nelle situazioni di solitudine, di oscurità – reale o solo metaforica…-, di buio…; allo stesso tempo mi fecero nascere la passione per la fantascienza, quella fatta di fascinazione per il mito degli alieni, per gli universi infiniti e i viaggi spaziali, gli altri mondi e quelli paralleli.
A partire dal ricordo di quella scena ho ritrovato in rete quel film e rivedendolo ora si è rivelato ben più complesso e allegorico di quello che credevo. Il film è una produzione americana del 1956 e si intitola “il pianeta proibito” (un classico della fantascienza),di Fred McLeod Wilcox, quello di “torna a casa lassie” per inquadrare il personaggio…; tra gli attori anche un giovanissimo Leslie Nielsen. Da notare che nel 1956 vinse l’Oscar per gli effetti speciali…anche se a vederlo oggi ha praticamente i tempi e le scenografie di una piece teatrale.
La trama si fonda sul nel classico modello della missione di terrestri che attraversano il cielo alla ricerca di una precedente che, sbarcata in passato su quel pianeta, non aveva poi più dato notizie di se. Nel film ci sono poi tutti gli elementi fondamentali del genere: la civilta umanoide precedente e poi scomparsa che abitava il pianeta, lo scienziato megalomane quale unico sopravvissuto umano della missione, la sua bella figlia a sua volta è immersa in una infanzia infinita e arcadica, automi e tecnologie in grado di soddisfare qualsiasi necessità…
Ho scoperto così che quel mostro invisibile che tanto mi impressionò altro non era che un pensiero diventato materia, organismo vitale: lo scienziato sopravvissuto applicandosi, in stato di incoscienza, ad un fantascientifico macchinario rendeva concreto il proprio pensiero inconscio, la propria volontà di distruzione della minaccia rappresentata dalla missione sbarcata sul pianeta (l’es freudiano?), materializzando un mostro fatto di un grande campo magnetico.
Dunque la minaccia che i componenti della missione dovevano affrontare, in quel momento simbolo del genere umano, altro non era che il pensiero inconscio, il cono d’ombra della nostra identità cosciente di cui ognuno è portatore. Ovviamente da bambino questo aspetto non lo avevo ne colto ne lo ricordavo, ma se è sopravvissuto per così tanti anni al punto da indurmi a riviverlo ora la ragione credo possa essere nella allegoria che la vicenda rappresentava. La paura di se stessi, di quello che possiamo avere al fondo dei nostri pensieri individuali, e di quelli prodotti collettivamente, è la paura più profonda, imprevedibile, devastante.
Nel film, senza stare a raccontare la trama nel dettaglio caso mai qualcuno lo volesse vedere o rivedere, la “salvezza” sarà non a caso ottenuta con l’atto classico proprio della tragedia cioè la ribellione e la morte, in questo caso agite dalla figlia nei confronti del padre e del suo mondo, che saranno distrutti come prezzo da pagare per un futuro possibile.

Mi pare che questo film possa dimostrare che la fantascienza nelle sue varie forme, quando è rappresentata con intelligenza, non possa essere considerata una sorta di sotto genere letterario, come non erano sotto generi le letterature fantastiche medioevali e i vari cicli cavallereschi. E che il tema della scienza, e della tecnologia che ne deriva, è il nodo intorno al quale si sviluppa la ricerca di senso dei protagonisti.
Penso ai panorami gotici di un autore come P.K.Dick e all’opera del più autorevole rappresentante, diventato un classico del genere: Isaac Asimov. La visionarietà fantastica di Asimov è intimamente connessa alla profondità dei contenuti e alla visione del futuro prossimo della specie umana. Fa riflettere, e non è casuale, che tutte le “invenzioni” presenti nell’immaginario asimoviano e utilizzate dai suoi personaggi si sono poi puntualmente realizzate e in molti casi anche superate dalla realtà successiva.
Fa ancora più riflettere che la scienza in questo immaginario non è mai un elemento neutro, uno sfondo alla narrazione, ma un campo di azione il cui sviluppo deve essere sotto il controllo dell’uomo. La saga dell’impero, il ciclo dei robot, Lucky Starr ecc. rappresentano un grande affresco epico e concatenato al cui centro alla fine resta l’uomo e il suo senso, possibile, nell’universo nella sua dimensione personale e storica. Non ci sono alieni nel mondo di asimov, nemici che arrivano dall’esterno, ma solo degli alter ego rappresentati dal mondo dei robot e dalle loro regole ferree a cui soggiacere:
Un robot non può recare danno a un essere umano o permettere con l’inazione che un essere umano possa essere danneggiato.
Un robot deve ubbidire agli ordini degli esseri umani, tranne quando tali ordini entrano in conflitto con la Prima Legge.
Un robot deve proteggere la propria esistenza finché tale protezione non entri in conflitto con la Prima e la Seconda Legge.
L’intreccio di queste regole, ossatura del ciclo dei Robot nel quale gli automi ne sperimentano fino allo stremo anche l’ambiguità, è il cuore di buona parte della narrativa di Asimov, regole che in fondo possono essere considerate metafora di possibili convivenze umane scientificamente fondate.

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