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1945-2025 sono anni che possiamo definire, dal nostro punto di vista europeo-occidentale, come anni di pace. Di certo non lo sono stati per il mondo intero, tutt’altro. Conflitti armati che hanno devastato intere nazioni e città sono così innumerevoli che, nonostante le risorse della rete, si fa fatica a reperire una sintesi di questi eventi dal 1945 ad oggi. Oxfam valuta che applicando per definizione di conflitto armato quello che è adottato dalla IV Convenzione di Ginevra, che distingue tra conflitti internazionali e quelli non internazionali ovvero tra le forze armate riconosciute degli Stati, tra uno Stato e dei gruppi armati organizzati, tra una potenza occupante e gruppi armati che contendono un territorio occupato e infine tra gruppi armati non ufficiali e riconosciuti che combattono tra di loro, non si scende al di sotto dei 100 conflitti annui.

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Come sempre sono i civili a pagare un prezzo altissimo in termini di sofferenza e morti. Anche per questo dato la quantificazione dal 1945 ad oggi è pressoché impossibile ma questo non toglie niente alla sostanza della questione. Per stare a tempi recenti nel 2018 il National Defense Strategy of the United States of America stimava 20-30 milioni di morti nei soli conflitti che hanno coinvolto gli USA e tra il 2023 e il 2024 il numero globale si è ulteriormente incrementato.

In qualche modo questa situazione può farci sentire dei privilegiati, ma non nel senso che dobbiamo avere “vergogna” di avere vissuto 80 anni in questa condizione – sappiamo bene che non è dovuta solamente ad una vocazione alla convivenza pacifica del popolo italiano e di quelli europei, che hanno vissuto più o meno l’identica condizione. Non sono ingenuo e mi rendo conto perfettamente che questo è stato possibile per una somma di coincidenze e equilibri geo politici, alleanze militari, egemonie imperiali dei blocchi contrapposti e poi del blocco rimasto, che hanno determinato tale contingenza. Possiamo anche dire che è stata la pace della fortezza assediata, che ha espulso al di fuori delle proprie mura i conflitti per garantirsi il proprio benessere. Ma una volta che riconosciamo tutto questo la domanda è se di questi 80 anni di assenza del conflitto dobbiamo vergognarcene? Dobbiamo fare propria l’idea che è giunto il momento che la possibilità concreta di guerra rientri tra le esperienze possibili? E se si per quale motivo? Se di una cosa dovremmo invece vergognarci è quella di non avere ampliato l’area della convivenza pacifica a quanti più paesi possibili, di non avere capacità e volontà di risolvere i conflitti in modo non armato anche quando si manifestano nel cuore dell’Europa.

Eppure in questi 80 anni abbiamo assistito, in mezzo a tutte le contraddizioni possibili, allo sviluppo dell’economia, al miglioramento delle condizioni di vita per larghe fasce della popolazione, all’estensione dei diritti fondamentali delle persone, allo sviluppo del welfare e delle politiche dell’inclusione, allo sviluppo della vita culturale come pratica non più riservata a élite aristocratiche ecc. Tutti elementi che oggi sono pesantemente rimessi in discussione, certamente, come è inevitabile che sia essendo il frutto di conflitti tra forze con interessi contrapposti. Ma possiamo sostenere che se questi 80 anni fossero stati caratterizzati dalla guerra così come è stata conosciuta in altri paesi, avremmo vissuto lo sviluppo e praticato il modo di vivere che abbiamo oggi?

Oggi la guerra è nuovamente rientrata nella discussione come una delle possibilità con la quali risolvere i conflitti internazionali attraverso la narrazione che è presente un “nuovo nemico” rispetto al quale si deve fare fronte comune: per la difesa dei “valori” (quali? quelli dell’indifferenza per il genocidio palestinese?) democratici, per l’integrità territoriale, per il nostro benessere…ma a ben guardare questo nemico di nuovo ha ben poco se pensiamo alla Russia. Dai manifesti elettorali della Democrazia Cristiana nel 1948 con i cosacchi in Piazza San Pietro ai tempi della guerra fredda, l’idea che la Russia potesse invadere l’Europa fino all’Atlantico è sempre stata presente nel nostro immaginario. E non solo nell’immaginario se pensiamo all’Ungheria e alla Cecoslovacchia degli anni 50-60, eventi comunque avvenuti in un contesto storico e geopolitico non confrontabile con quello attuale. In realtà, sempre in contesti storici e geopolitici non confrontabili, è avvenuto esattamente il contrario, che noi italiani per ben 3 volte siamo stati dalla parte degli invasori.

Ma oggi siamo davanti ad un paese che ha un PIL inferiore al nostro, che non è stato capace di vincere in maniera rapida e inequivocabile la guerra in Ucraina, che non ha alcuna base militare in Europa (non come gli Stati Uniti che ne hanno più di 30 di cui 5 in Italia e che con l’attuale politica di neo maccartismo radicale definirlo “alleato” è ormai una forzatura dettata solo dalla consuetudine). Il piano di riarmo votato dall’unione europea denominato ReArmEurope (consiglio la lettura di questa intervista a Mao Valpiana del Movimento Nonviolento), come qualsiasi riarmo nel corso della storia, ha sempre portato al conflitto armato: per questo sostenere quello europeo – che di fatto è il sostegno di quelli nazionali non essendoci un soggetto politico europeo comune che è la premessa di qualsiasi politica di difesa – significa accettare la prospettiva di una guerra che ancora una volta porterà la morte e la distruzione. Significa sottrarre risorse allo sviluppo, al welfare, alla sanità pubblica, all’istruzione… una scelta il cui sostegno ritengo oggi divisiva per la coscienza di ogni cittadino responsabile.

Nessuno vuole sottovalutare la responsabilità della Russia nella guerra in Ucraina ma allo stesso tempo qual’è la soluzione possibile? La distruzione della Russia? l’ipotesi di una vittoria militare sul campo? con quali costi e in che termini? non è in alcun modo ipotizzabile una soluzione politica, contraddittoria quanto si vuole ma pur sempre preferibile rispetto all’attuale situazione? quali valori o principi dobbiamo affermare perché una guerra che ha provocato centinaia di migliaia di morti debba ancora continuare?

Senza illudersi che la storia possa avere un punto utopico di arrivo nel quale regnerà una sorta di pacificazione universale depurata da ogni conflitto, non per questo la pace deve essere considerata una anomalia della storia ma è il suo contrario che dovrebbe avere sempre meno spazio e forza.

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5 risposte a “1945-2025”

  1. Avatar luca chiarei
    luca chiarei

    Dubito che lo dicano chiaramente, ci sarebbe il rischio che magari la gente capirebbe…meglio parlare di “valori”…

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  2. Avatar Thomas
    Thomas

    Sostanzialmente d’accordo.

    Possiamo perderci in mille analisi geopolitiche e accenderci in mille dispute sulle responsabilità degli uni e degli altri, ma alla fine credo che dovremmo tutti convenitre che la priorità in questo momento è una sola: evitare un conflitto mondiale. Un conflitto mondiale di cui invece la totale e sconfortante assenza di iniziative diplomatiche da parte dell’Unione Europea, i continui proclami bellicosi (e spesso virilissimi) dei vari Primi Ministri e l’allarmante piano Rearm Europe sembrano invece dichiarare ormai l’inevitabilità.

    Se hanno deciso di perseguire il suicidio di specie attraverso quella strada, che ce lo dicano chiaramente. Personalmente avrei preferito la catastrofe climatica.

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  3. Avatar Marco
    Marco

    Io penso che per provare ad analizzare i fatti della contemporaneità si debba ragionare in modo diverso da quello che abbiamo fatto sino ad oggi. Intendo dire che la logica di riarmo europea non è affatto, o lo è solo in parte, dettata dalla minaccia russa e quindi rispondente ad una strategia di difesa/attacco verso l’est del vecchio continente. Credo che la rapidità con cui la Commissione si sia mossa discenda dal fatto che le minacce, per la prima volta da un paio di secoli a questa parte, arrivano da ovest in uno scenario dai contorni assolutamente imprevedibili. Una minaccia inedita che non risponde più a logiche di equilibrio tra blocchi o di politiche imperialiste come le abbiamo conosciute. Assomiglia più ad una dinamica distopica, del tutto fuori dagli schemi la cui evoluzione resta un punto interrogativo. L’Europa si è accorta di avere gli arsenali vuoti, spolpati dal sostegno militare all’Ucraina e nel bel mezzo di una nuova minaccia ad ovest ed una più acciaccata e logora ad est. Credo che di positivo ci sia solo il fatto che si è ragionato in modo rapido e non convenzionale per comprendere mutamenti cosi veloci nello scenario internazionale. Di negativo c’è ovviamente la risposta del riarmo che è quella più emotiva e impulsiva. Questa è la mia interpretazione degli eventi a cui stiamo assistendo, consapevole che, forse, la via della negoziazione è ancora patrimonio della nostra Europa ma che probabilmente non lo è più per molti altri. Quindi, ci piaccia o no, dobbiamo prepararci a combattere, ognuno con le armi che preferisce; quelle della persuasione, della negoziazione, della disobbedienza civile, dell’indignazione, del boicottaggio e per qualcuno anche con quelle dei fucili e delle bombe. Io penso che in mezzo a tutto questo ci sia un’arma ancora più potente che non abbiamo ancora utilizzato in tutto il suo potenziale. E’ l’arma che abbiamo come cittadini/consumatori, di scegliere dove indirizzare i nostri consumi, di fare rinunce pesanti e scelte di campo forti. E’ un’arma vera, che tutti temono ma che noi dovremmo evocare e utilizzare. Tesla docet…..

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  4. Avatar Gian Marco Martignoni
    Gian Marco Martignoni

    Non me ne volere Luca, ma non sei il solo a incorrere in un errore colossale, a meno di ritenere che quanto è avvenuto in Jugoslavia, compresi gli illegittimi bombardamenti Nato ed Usa su Belgrado, nonchè l’incredibile vicenda del Kosovo, abbiano riguardato un territorio extra-europeo. Poichè ho conosciuto molto bene Alex Langer – ricordo una memorabile passeggiata con lui a Villa Cagnola a Gazzada – sappiamo che in seguito a quel lacerante conflitto inter-etnico scelse la strada del suicidio., stante che sull’Europa e non solo gravavano molte responsabilità rispetto alla disgregazione di una esperienza che faceva parte del movimento dei paesi non allineati ( Bandung ).Se poi si tace sulle gravi responsabilità della Nato a proposito del conflitto in Ucraina, che come è noto è una guerra per procura condotta dagli Usa per colpire al cuore la Germania e quindi l’Europa – consiglio in questo senso la lettura dell’illuminante libro ” La Sconfitta dell’Occidente ” del grande intellettuale francese Emmanuel Todd , che ho recensito su altri blog – si accredita una perniciosa inversione dei fatti, Giacchè, per dirla con le parole del grande N.Chomsky , la guerra preliminarmente è sempre una guerra informativa, ed in questo senso la pseudo-sinistra italiana non ha mosso un dito – a parte intellettuali come Luciano Canfora e pochi altri – per contrastare la falsificazione della realtà. Tanto che il testo di Todd è stato pubblicato da Fazi Editore, ed anche Il manifesto, il quotidiano che leggo da cinquant’anni, si è ben guardato con Tommaso Di Francesco e Guido Caldiron – che dirige le pagine della cultura – di darne menzione. Intanto, per la cronaca, la pace che si prospetta è peggiore per gli ucraini sia di quella di Istambul del 2022, che degli accordi precedenti di Minks, anche perchè – disinformazione a parte – la Russia i suoi obbiettivi li ha praticamente raggiunti.

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    1. Avatar luca chiarei
      luca chiarei

      Non dimentico affatto la guerra della ex-jugoslavia rispetto alla quale allora, insieme a molti altri, ci siamo mobilitati contro le scelte della Nato, dell’Italia ed in particolare i bombardamenti effettuati. Il mio ragionamento era molto più locale, forse troppo. Mi riferivo solo all’Italia che di fatto in questi 80 anni una guerra non l’ha mai subita ma solo agita. Non è un titolo di merito, ovviamente, e non è un dato privo di contraddizioni. In ogni caso di questi 80 anni di assenza di guerra, in un momento in cui dall’educazione alla pace si passa all’Europa che invita gli stati membri a rieducare alla “difesa”, penso che l’ultima cosa da fare sia vergognarsene. Tutto qua.

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