di Ennio Abate – Punto Rosso edizioni

“Nei dintorni di Franco Fortini – Letture ed interventi (1978-2024)” – Edizioni Punto Rosso
Il libro è il resoconto di una relazione intellettuale sviluppatasi per quasi 30 anni tra l’autore e la figura complessa e sfaccettata di Fortini intrecciata con le vicende storiche di quegli anni, datata non solo come da copertina, ma dal loro primo incontro del 1968 nella Università Statale occupata di Milano. La definirei come la narrazione di una speranza di emancipazione che, sorta nel cuore di un periodo storico nel quale si affermavano i movimenti come nuovi protagonisti della vita politica italiana, è andata poi irrimediabilmente (?) sconfitta.
Il libro fondamentalmente si interroga sulle ragioni per cui un intellettuale della profondità e complessità di Fortini sia progressivamente scomparso dalla cultura italiana contemporanea, come dalla memoria collettiva, se non in occasioni strettamente accademiche e nelle pubblicazioni specialistiche. La tesi di fondo è che questo accade perché è operante la rimozione del lato militante dell’impegno pubblico di Fortini, connesso con il suo agire in ambito letterario e da lui rivendicato: la rimozione del suo dichiararsi comunista, eretico e non convenzionale ma pur sempre comunista. Un termine che oggi si fa fatica a pronunciare e scrivere senza in qualche modo provare imbarazzo, quasi portasse con sé colpe senza redenzione per una intera generazione.
Questa rimozione fa sì che di Fortini se ne mettono in evidenza gli aspetti del traduttore, saggista, polemista, poeta e letterato e non il filo conduttore della militanza intellettuale che li lega tutti. D’altra parte è evidente che la poesia e letteratura contemporanea si sia evoluta in direzioni diverse da quelle da lui auspicate dell’impegno sociale (basti pensare in riferimento alla contemporaneità come dei temi del riarmo, genocidio a Gaza, guerra, in ambito poetico-letterario quasi non se ne trovi traccia) e si tenda all’autoreferenzialità formale e tematica. Ampio spazio nel libro è dedicato alla riflessione sulla poesia e sulla critica alla poesia confrontandosi con vari autori. Tra questi segnalo per personale sensibilità le riflessioni su Scotellaro e Montale di “Satura”. Abate ci ricorda come:
“Il dibattito odierno sulla poesia sembra arenato su posizioni nostalgiche, resistenziali o di ritorno al valore assoluto di una poesia fuori dal tempo storico” e dunque riflettendo sulla poesia di Scotellaro e la presa di coscienza delle contraddizioni proprie dell’autore accade, spiegava Fortini, che «l’autore prende coscienza che certe contraddizioni sono, prima che sue, della società e della storia». I morsi della storia – la guerra, il dopoguerra, le lotte contadine per la riforma agraria – scossero, infatti, la soggettività dello Scotellaro lirico. In modi confusi, ma con evidenti conseguenze nella sua produzione poetica come annota Fortini: “lo sciopero o la rivolta, la sconfitta politica o la solidarietà saranno altrettanti correlativi collettivi del distacco dall’infanzia o dalla famiglia, o del ritorno all’infanzia e al paese. Anche di questo può farsi poesia“
Dall’altro lato del ragionamento la parte dedicata alla relazione con Montale nel paragrafo “Un nodo: Montale-Fortini-Mengaldo” nella quale la critica sull’opera di Montale, in particolare su “Satura”, da parte di Fortini è netta e fondamentalmente negativa:
” Dopo avergli dato il riconoscimento di essere il maggior poeta tra i viventi che scrivono in italiano , (F.) manifesta tutta la «viva, irritata e motivata» sua «antipatia» e «resistenza interiore» inanellando una sfilza di critiche (…) avrebbe rinunciato a un attributo fondamentale della poesia, l’ambiguità, che per Fortini è «alibi ideologico e storico cui ha diritto, in un primo momento, qualsiasi poeta»; – scenderebbe verso la prosa di un mondo alto borghese fatto «di miserabile snobismo e sfruttamento; e, per giunta, pretendendo di non farne parte; – ridurrebbe il suo lessico al «quotidiano», al livello ‘basso mimetico’; – reciterebbe «la parte del topo e dell’imperfetto per non pagare il dazio del dovere storico ma nello stesso tempo [sarebbe] certo di non essere stato in alcun modo corresponsabile dello sterco e del fango in cui si è trovato a vivere».
Personalmente non sono certo che la tesi dell’emarginazione di Fortini sia direttamente legata al suo riferimento alla militanza comunista (di certo non aiuta); temo che la questione sia più ampia e riguarda la interpretazione del ruolo dell’autore, in un contesto contemporaneo che separa nettamente l’assunzione di responsabilità politica, dalla “creatività” individuale.

Questa immagine, tratta dalla locandina del convegno internazionale «Proteggete le nostre verità» organizzato a novembre 2024 dalla Scuola Normale Superiore di Siena, che rappresenta Fortini, con un inequivocabile cartello, alla marcia della pace Perugia-Assisi del 24 settembre 1961 esplicita con chiarezza il senso di un ruolo che la cultura e chi la interpreta non dovrebbe eludere, oggi a maggiore, e drammatica, ragione.

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