
Credo che la mia generazione, quella nata tra i 10 e 20 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e pertanto ancora pienamente avvolta dall’eco diretto di quegli eventi, abbia in questi mesi perso definitivamente la propria “verginità” etica e politica. Da quasi un anno assistiamo/partecipiamo nuovamente ad un tipo di evento che ritenevamo appartenere al passato, che non si sarebbe ripetuto fungendo in qualche modo da monito per i contemporanei. Il tipo di evento a cui mi riferisco fu ciò che maggiormente sconvolse e traumatizzò la società europea del secolo scorso: l’olocausto degli ebrei e l’idea del genocidio come soluzione ai conflitti politici e di potere (quest’ultimo in realtà diffuso ben oltre la dimensione europea).
Tale evento ha sempre portato dietro di sé la domanda non solo di come era stato possibile ma soprattutto come si sia realizzato, sviluppato e dispiegato nella mancanza di reazione civica e consapevolezza nell’opinione pubblica del tempo. Oggi diremmo che le generazioni europee di allora assistettero, dalla loro “comfort zone”, all’affermarsi di ideologie totalitarie, leggi razziste, violenze istituzionalizzate che poi trovarono la loro giustificazione a posteriori nell’affermazione “ho solo eseguito gli ordini” di tanti responsabili diretti di quello che poi si è rivelato essere un genocidio.
In questo ambito mi sono sempre chiesto, da quando lo leggevo nei manuali di storia, come era stato possibile che si potesse fare quotidianamente una vita “normale”, fatta di lavoro, relazioni, impegni e svago, mentre parallelamente si perpetrava un genocidio ed il razzismo diventava legge di stato.
La risposta, non del tutto sconosciuta, alla fine è arrivata senza proclami, silenziosamente, nella giornaliera esperienza del massacro quotidiano che dal 7/ottobre, dalla “reazione” israeliana all’attacco terroristico di Hamas, si sta consumando con ferocia contro la popolazione civile palestinese. E che di genocidio si tratta lo afferma la Corte internazionale di giustizia dell’Aja; che ci troviamo davanti al reiterarsi di crimini di guerra lo ha scritto Karim Khan, procuratore generale della Corte penale internazionale, nel chiedere cinque mandati d’arresto «sulla situazione dello Stato di Palestina» non solo per i capi politici di Israele, Benyamin Netanyahu primo ministro e il ministro della difesa Yoav Gallant, ma anche per quelli di Hamas, Ismail Haniyeh (ora ucciso da Israele), il capo delle Brigate al Qassam, Mohammed Deif, e il capo a Gaza, Yahya Sinwar.
I dati sulle vittime ci dicono, arrotondando per difetto, che siamo arrivati a oltre 40.000 vittime Palestinesi e oltre 90.000 feriti ai quali si deve aggiungere almeno 10.000 dispersi. Tra questi il numero dei bambini e delle donne uccise parla di 15-20.000 unità. Sono tanti? sono pochi? sono contati male? In questi mesi abbiamo assistito anche al balletto delle cifre, evidentemente difficili da accertare con certezza data la situazione (non perché l’ONU non vuole ma perché non è messa in condizione di farlo, come su tanti altri aspetti che riguardano gli aiuti umanitari). E se fossero la metà, perché gonfiare/sgonfiare le cifre fa parte del gioco della propaganda, che cosa cambierebbe? E considerando anche tutto il portato di sofferenza subita dalla popolazione fatto di fame, mancanza di cure, ospedali e scuole bombardate, violenza gratuita e feroce nei confronti di un popolo ritenuto collettivamente responsabile di quanto fatto da una sua parte, quale cifra segnerà il superamento del limite? quando arriveremo al punto in cui ci risveglieremo dal torpore etico con il quale assistiamo in silenzio a tutto ciò?
La vera domanda da fare è quella che pone Alessandro Portelli sul manifesto del 23/8/2024: “Quanti morti ci vogliono per disturbare la nostra coscienza democratica? Qual è la soglia statistica oltre la quale le persone smettono di essere umane e diventano numeri? Qual è la soglia statistica oltre la quale i «danni collaterali» diventano crimini?” Se non la individuiamo o non vogliamo farlo, questo significa che anche la nostra quotidianità del XXI° secolo ha imparato a “convivere” con il concetto e prassi del genocidio. E se questo avviene all’interno della cultura occidentale che fa della democrazia politica, dei diritti umani, dell’uguaglianza di tutti gli esseri il proprio segno distintivo allora significa che si è insinuato un razzismo istituzionale e individuale che distingue, in nome di un antisemitismo brandito in maniera insensata, la natura umana delle vittime delle guerre: ci siamo nuovamente assuefatti al principio che gli esseri umani non sono tutti uguali. Anzi, che alcuni non possono neanche essere classificati al rango di umani.
Non sarà un caso che il mondo della “cultura”, in rete come nel mondo reale, fondamentalmente di Gaza e dintorni non ne fa cenno. Sembra che non stia accadendo niente e che niente si debba dire, rappresentare o scrivere sul tema. In ambito poetico, tranne alcune lodevoli eccezioni, il fiume di versi quotidiano che precipita dai blog, siti, pagine FB, non si è né interrotto né ha cambiato direzione o si è fatto mettere in discussione.
I Palestinesi, come altre popolazioni non europee (Kurdi, Tutsi, Hutu ecc,) collocate al di fuori del continente, non avendo la pelle del rassicurante colore chiaro, avendo un’altra religione che poco ha a che fare con la cristiana, confinando con uno stato al quale la comunità internazionale permette di tutto, sono condannati all’oblio collettivo e dei loro morti non sapremo la storia, il nome, i desideri. Fin da bambini sono antropologicamente diversi da noi e dai loro coetanei Israeliani, Ukraini, Russi, europei…
E’ il solito meccanismo di colpevolizzazione collettivo che oltre a costituire la più assurda delle politiche estere che uno Stato possa applicare, in quanto destinata nel lungo periodo a fallire (tutti i tedeschi sono stati responsabili del nazismo per cui sarebbero dovuti tutti soccombere? Idem per gli italiani con il fascismo?) lascia scoperta la domanda fondamentale: qual’è il fine e la fine della guerra di Israele a Gaza? come e quando potrà mai finire e con quali risultati reali e concreti se non quelli di avere perpetrato una violenza di Stato senza precedenti?

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