… i gruppi di poesia sui social? Lo capisco, la domanda è amena e affatto necessaria. Quando me la sono posta, mesi fa, avevo dato la “responsabilità” al caldo estivo ma in verità il pensiero che era alla base della questione era altro. Da una parte la realtà quotidiana attraversata dalle macroquestioni del cambiamento climatico e le sue cause, che non possono che indurre un senso di impotenza; dalla guerra in europa che non da alcun segno di arretramento, con la sua minaccia sempre più esplicita di escalation nucleare, anch’essa portatrice di altrettanto senso di impotenza; infine oggi dal genocidio in corso del popolo palestinese (perché io non trovo altri termini per definire quello che sta accadendo oggi). L’”Internazionale” del 20/26 ottobre ci ricorda che in 360 km quadrati, un terzo dell’area di Roma ma popolata dallo stesso numero di abitanti, di cui il 39% sono di età compresa tra 0 e 14 anni (e per il resto leggete la scheda a pag.9), si abbatte un bombardamento continuo e indiscriminato per il quale parlare di legittima difesa di Israele significa giocare con le parole.

A fronte di tutto ciò rilevo dall’altra parte, prendendo in considerazione i gruppi a cui partecipo, o forse sarebbe meglio dire assisto: “La scialuppa di Pegaso” e “amici di Versante Ripido”, ovvero quasi duemila persone tra i due, che niente o quasi dei temi sopra espressi emerge.

Allora la domanda del titolo forse è meno amena di quello che sembra o forse solo più provocatoria ma se qualche mese fa mi chiedevo a che cosa servono, se servono a qualcosa, i gruppi di poesia che troviamo sui social, oggi mi sento di chiedermi anche che senso ha continuare a creare espressione artistica, comunque declinata, in un contesto del genere? Non è una domanda ne nuova ne particolarmente originale: Adorno se la pose nel 1949 con la famosa dichiarazione che “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie», precisando poi che “Forse dire che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia è falso: il dolore incessante ha tanto il diritto ad esprimersi quanto il martirizzato ad urlare.” E’ pertanto una domanda necessaria, da declinare al presente e che dobbiamo continuare a porci, a meno che non si voglia negare la condizione storica nella quale ognuno, poeta o meno che sia o si definisca, si trova comunque a vivere. Altrimenti la poesia si riduce ad una spinta emotiva e vitale dell’individuo, condivisa si con altri, ma che non avendo bisogno di giustificazioni, tantomeno socio-politiche, si rinchiude nell’autoreferenzialità.

Non mi metterò ad analizzare le ragioni profonde del conflitto di cui siamo spettatori perché oltre ad essere un tema gigantesco ci porterebbe a dilatare il tema all’infinito; la riflessione che mi sta a cuore è di altro tipo. Possiamo dire che siamo di fronte al fallimento, ultra decennale, delle classi dirigenti israeliane e palestinesi nel loro tentativo (?) di realizzare una pace duratura basata sulla sola premessa fino ad oggi possibile: due popoli due stati? certo, dobbiamo dirlo ma quello che oggi ci impone la realtà del conflitto israelo-palestinese, con la sua totale asimmetria delle forze in campo, è la “tenuta morale” che noi cittadini dimostriamo di avere per convivere ogni giorno in maniera parallela con il perpetuarsi del genocidio di un popolo intero; con la legittimazione della vendetta utilizzata da uno stato democratico come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali.

Di fronte a questa realtà che cosa si incontra frequentando questi gruppi di poesia sui social?

  • un ritmo più o meno incessante di post, due o tre al giorno;
  • la pressoché assenza di commenti ai post, anche quelli più orientati a promuovere una discussione;
  • la relativa scarsità anche dei like ai post (a volte li ho contati e di solito siamo all’incirca tra i 10/20 per 100 post)
  • sul piano dei contenuti si trovano poesie che definirei “standard”, video di letture; promozione di convegni, presentazione di libri ecc.
  • Molto raramente ci sono riflessioni di carattere generale sulla poesia, di solito proposti dagli amministratori dei gruppi, che per lo più non suscitano reazioni

Insomma, l’elemento costante, a parte qualche eccezione che conferma la tendenza generale, è la mancanza di un riferimento esplicito alla realtà quotidiana, a quello che accade, elemento che in questo momento mi pare stridere sulla “coscienza” in modo particolare. “Alla fine una poesia che si disgiunga dalla coscienza costante di tutto quello che poesia non è, si degrada ad ‘aroma spirituale’, ad ipocrita ‘cuore di un mondo senza cuore’, o come una volta mi occorse di dire, a ‘vino di servi’. F.Fortini – conferenza Università di Ginevra maggio 1980.

L’aspetto che emerge in questi gruppi allora mi ricorda più quello di un palco sul quale si sale per una recita senza trama, per fare i propri “versi”, per scendere abbastanza indifferenti alle reazioni che possono suscitare. Non mi colloco altrove rispetto a questa critica che rivolgo anche a me stesso, in quanto non ho fatto niente per orientare diversamente questa tendenza generale. Una ulteriore conferma che la poesia oggi non sia né un catalizzatore che unifichi, neanche per affinità “spirituali”, né esprima un “noi” al quale potersi riferire?

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3 risposte a “A che cosa servono…”

  1. Avatar Aggiornamento… | ITEMPIEIVERSI

    […] quello che è successo, o meglio ho fatto, dopo la pubblicazione dell’articolo “A che cosa servono” . Ho postato quell’intervento nei due gruppi FB citati, “La scialuppa di Pegaso” e […]

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  2. Avatar Lucio Mayoor Tosi

    Se manca un riferimento esplicito alla realtà quotidiana, chiedersi se la realtà non sia già troppo esplicitata. Se sia credibile, autentica o invece una presa in giro funzionale a interessi che con la poesia hanno poco a che vedere. Conviene mettere le mani in questo garbuglio di ipocrisie, che per di più non hanno durata? Ed è credibile un pensiero di riferimento, un pensiero che si contrapponga ad altri pensieri, in nome della ragione, e al contempo non crei uniformità? Davvero pensi che la poesia debba prestarsi a questo gioco al massacro? Essere al mondo vuol dire schierarsi? E i poeti che dovrebbero fare, ridursi a meri interpreti di un pensiero condiviso? E se sgarrano, trattarli come si è fatto con Mandel’štam? D’accordo sto estremizzando, anche perché nel primo ‘900 i poeti contavano ancora qualcosa… Quanto ai social, i gruppi di poesia sui social: poesia è un’arte diffusa e molto praticata, ma anche l’acquarello, anche la pittura amatoriale, per non dire della musica o della danza… Il problema sta nel fatto che tutti si sentono arrivati, o cercano conferma negli altri, non nella critica ma nella pubblica approvazione. La struttura di riferimento resta piramidale, ma il percorso è in discesa, verso la base, il pubblico. Poesia cresce nell’interattività. È un nuovo fattore, sconosciuto fino a trent’anni fa. Non addoloriamoci, è una esperienza da attraversare.

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    1. Avatar luca chiarei
      luca chiarei

      Intanto ti ringrazio per l’attenzione con la quale segui sempre le mie riflessioni. Sulla prima parte del tuo commento non sono d’accordo. E non lo sono a partire da quella domanda che i frequentatori dell’”ombra delle parole” spesso incrociano, ovvero quale poesia è possibile nel tempo, storico, nel quale è finita la metafisica? Per quello che posso comprendere in questa domanda rispondo che se l’istanza metafisica è finita credo sia fondamentalmente un bene. Che il vento non sia il soffio di un Dio tutti dovrebbero esserne coscienti, senza che questa consapevolezza tolga nulla al senso letterario o metaforico che quel soffio può ispirare, anche se è prodotto da una differenza di temperature. E anche una ontologia del poeta individuo come entità astratta e sublime, che interpreta la storia con distacco, senza schierarsi (Montale di Satura?) mi pare altrettanto sia da mettere in dubbio. L’esempio di Mandel’stam scusami ma mi pare eccessivo e fuori contesto. Non penso affatto che il “gruppo” poeti debba assumere una posizione specifica e chi non l’assume debba essere esiliato, ma che di fronte a quello che storicamente accade, soprattutto quando assume la cifra della tragedia, non debba voltarsi da un’altra parte perché non c’è un’altra parte da cui voltarsi. Sulla pratica di massa della poesia, alla quale anch’io partecipo, non sono addolorato. Ho solo l’impressione che sia una somma di tanti individualismi senza alcuna interazione critica tra di essi.

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