ITEMPIEIVERSI

quando abbiamo

 

 

quando abbiamo smesso qualcosa          quando

si ricomincia senza avere smesso

senza pensarci troppo                   come pedalare

come caffè da bere         traversando scambi e binari

cerco files nel cesti-no da cancellare

è finita anche la carta e la morte

solita – oggi è da testare la domenica – come le guerre

coloniali – le guerre dei nostri – i ritorni da Itaca – gli indicatori

della cecità dilagante – il virus della cicala e della carta straccia

 

mancano ossa ai corpi che incrocio

mancano le ferite            solo cicatrici solo prurito –

anche l’asfalto si è addormentato

 

 

 

qualcuno ha chiamato

Islanda

qualcuno ha chiamato          un taxi perché ha fame
per la voglia di provarci per
arrivare tardi           ha attraccato al molo
e dalla tasca della schiena           si è capovolto un cassetto
tra stasi e vagiti
segnali stradali           saluti della mano

sfilano tornanti da fare           biglietti del treno
cata-loghi-depliant-segna-libro
detriti ed un senso           precario
il rito del auguritiamocivediamo – congressifotofiglifumi

non ho mai visto poeti          in fondo
né Zeno saluta e apre la finestra

non c’è filo da tirare ma           solo
polvere da cucire
prendere sonno           portare via

Oggi si torna

 

Emilio Vedova - foto mia

Emilio Vedova – Milano – foto mia

  1. Oggi si torna dalla guerra a Troia
  2. ma non ci sono cavalli per farla
  3. finire – l’aria è malata da tempo
  4. casi sani sono minuti persi sotto

 

al tavolo – si guardano le mani e non so contare

tutte le dita che mi porto dietro

Edipo fa bolle di sapone

per poi farle saltare

 

il mito dell’idrocarburo ignoto, bicchieri e bar

sulla testa una asticella tra paura

del noto e vene – ignote che vogliamo

 

toccare sotto il collo – le pantofole fuori porta

sono segno di tregua – Hopper mai stato più solo del silenzio

quello che si vede nelle vetrine

Senza titolo

 

Arti e mestieri – Campanile di Giotto – Firenze

Senza Titolo perché quando la situazione è inedita, mai vissuta, indefinibile, una specie di tempo sospeso in cerca di perimetro, è difficile dargli un titolo.

Premessa d’obbligo: non sono un medico, né un virologo e le mie conoscenze di epidemiologia sono quanto mai elementari. Pertanto non entro nel merito della giustezza e efficacia delle misure specifiche varate col passare dei giorni dal governo, che tutti noi stiamo sperimentando. Ne prendo atto e mi adeguo, dal primo all’ultimo provvedimento. Assumo un principio di realtà e ritengo razionale dare per scontato la gravità della situazione, per quanto il flusso comunicativo e di informazione sia magmatico e a volte confuso: che lo stress del sistema sanitario pubblico, che deve garantirci il diritto costituzionale alla salute prima di tutto, sia giunto al limite non dovrebbe essere oggetto di discussione. Leggi il seguito di questo post »

declini

È il declino della mortalità

un grande piano      inclinato di lato

 

controllo delle infe-zioni infantili

funziona la grande scomposi-zione

 

dei corpi sociali      controlleremo

con la mente la speranza      di-vi-ta

 

allungate sulle slot le pandemie

anemie e malarie      e non fa più freddo

 

musica ora “Ghosteen”      Nick Cave

certo me lo ricordo      forse

ora non so      servono tasche

nei pantaloni      c’è da schedare un intero archivio      di vuoti a perdere

Giorni-IIa versione

scultura di Sigurjon Olafsson – Reykjavík – La foto è mia

È impossibile avvicinare la grande poesia se non si vuole almeno sapere di che vivono gli uomini e se non ci si propone di operare in conseguenza. Questo è esattamente il contrario di ogni attribuzione di poteri o trattamenti speciali alla letteratura e all’arte.

(Franco Fortini da “Insistenze”)

 

In questa poesia pubblicata qualche giorno fa avevo cercato di sperimentare due forme diverse di scrittura che ruotavano intorno allo stesso tema, quello del cambiamento al quale tutti siamo sottoposti dal tempo, anche per semplice logoramento o attrito con il reale. Una prima parte sincopata, quasi balbuziente all’interno di versi metrici incolonnati; una seconda nella quale il verso diventa quasi prosa, piana e liscia come la conversazione quotidiana. Il risultato alla fine non mi ha soddisfatto perché solo in parte l’ho sentito coincidere la forma con quello che è il mio timbro interiore. Rielaboro il tutto per sovrapposizione:

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