Riprendo il testo che ho scritto lo scorso 11 gennaio perché si può fare sintesi e concentrare il contenuto di molti pensieri in un verso, ma non in alternativa ad una riflessione più ampia su quanto accade.

Da sempre i modi per uscire sono tanti e nessuno di questi ci pace. Ma alcuni, se possibile, son peggio di altri. A volte è il caso che lo determina, una malattia, a volte anche scelte personali…. Capita di questi tempi, molto più spesso di quello che si pensa, che a determinare l’uscita da questa vita sia la storia, l’essere al posto sbagliato nel momento sbagliato oppure essere nel posto giusto a fare la cosa giusta nel momento sbagliato. A questo ho pensato davanti alla vicenda di Renée Nicole Good e poi Alex Pretty, uccisi da una contingenza storica che fa della violenza e della forza la sua norma.

Tra l’altro è da notare come il picco dell’attenzione mediatica sia stato raggiunto quando ad essere colpiti ed uccisi siano stati degli americani, bianchi, con i quali l’opinione pubblica più generalista occidentale si è immediatamente riconosciuta (ma allora può succedere anche a me…?). Nel 2025 le persone che hanno perso la vita a causa dell’ICE sono state 30 e certamente se ne è parlato in generale ma, essendo per la maggior parte persone ispano-americane, afro-americane ecc., non così ampiamente come per i casi sopra citati. E questo è indicativo di quanto la metafora della nostra società rappresentata dalla storia della “rana bollita” senza accorgersi, un grado alla volta, stia diventando sempre più reale.

Si è molto sottolineato che Renée Nicole Good tra le altre cose fosse anche poeta, che è il punto che anche a me ha molto colpito e che vorrei approfondire. Intanto questo elemento non fa da scudo protettivo in alcun modo, come non lo ha fatto ai tanti che sono morti nella striscia di Gaza a prescindere dall’essere scrittori, poeti o panettieri o giornalisti. A proposito di tante asfittiche discussioni sul senso della poesia o posture sublimanti la creatività “assoluta” dell’artista mi pare che fatti come questi siano inequivocabili. Il poeta come i versi che scrive non abitano dimensioni metafisiche dell’esistenza, tantomeno può collocarsi in spazi virtuali nei quali sia possibile non schierarsi ne a destra ne a sinistra, ne da una parte ne dall’altra, come a volte qualcuno bamboleggia.

Non sono in grado di valutare le sue poesie in maniera critica non facendo questo “mestiere” anche se posso dire che quelle che si trovano in rete (ovviamente nella versione tradotta) mi corrispondono molto. Ne segnalo una in due versioni da “Le parole e le cose” e “poesiainverso” riportando alcuni versi:

“…ho ripetuto e scarabocchiato finché non si è aperto un varco e ha stagnato dove non posso più indicarlo, forse nel mio stomaco –
forse lì dentro tra il mio pancreas e l’intestino crasso c’è il ruscello insignificante della mia anima.

Il punto credo che sia un altro. Lei come Alex Pretty, per il quale non deve certamente venire meno la memoria solo perché non ci lascia versi da commentare, hanno fatto quella tragica fine per una chiara e precisa scelta di schieramento, potremmo dire extrapoetica. Una scelta di campo che con la poesia, almeno per come la intendo io, ha molto più senso e pertinenza di tanti altri elementi formali. Se la letteratura è la ricerca del vero, la militanza di Renee non può non avere un ruolo anche nel giudizio critico sulla scrittura, come sul senso profondo che ha dato alla propria esistenza. Perché la poesia non dovrebbe essere il luogo nel quale si

…è riportati – in zona lirica – dalla delusione di quelle speranze politiche (…) condivise” Ennio Abate “nei dintorni di Fortini”

Resta poi sullo sfondo ravvicinato la riflessione su fatti come questi, sulla progressione geometrica della disumanità che sta attraversando la attuale fase storica: dalla guerra civile in corso negli USA, non saprei come altro definirla, passando inevitabilmente per Gaza, Ucraina, i conflitti bellici attualmente in corso nel mondo. La percezione più comune, dal ‘nostro’ punto di vista, è quello di un percorso a ritroso, contrario al progresso dell’etica ma c’è da chiedersi se non sia solo un effetto ottico l’idea che stiamo “tornando indietro” nel percorso di emancipazione, riconoscimento dei diritti, che l’umanità dovrebbe percorrere.

Perché se stiamo “tornando indietro” questo significa avere una idea della storia che invece progredisce “in avanti”, in un percorso lineare che da un punto X di caos, violenza, sopraffazione generalizzata ci porterà ad un punto Y nel quale i conflitti saranno superati oppure, in versione religiosa, saremo salvati. E che tutto ciò avvenga per somma aritmetica di tante vertenze locali, lotte di liberazione e emancipazione per la giustizia sociale e economica che si sedimentano e rafforzano in una sorta di “zoccolo” duro. Domandarsi se funziona davvero così credo che sia inevitabile.

“L’occidente ha fondato i suoi sogni di avvenire sulla convinzione che la storia dell’umanità sia inevitabilmente una storia di progresso. E’ il paradosso delle ideologie (religioni aggiungo io) dominanti” Benasayag/Schmit ‘L’epoca delle passioni tristi’

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