di Giuliana Chiaretti – edizioni enciclopediadelledonne.it

Quando l’amica Rossana Di Fazio, dell’Enciclopedia delle donne, mi ha proposto di recensire il loro ultimo libro “Liberare la speranza” sottotitolo “rotte di un pensiero critico” di Giuliana Chiaretti ho avuto un momento di piccolo spiazzamento. Avevo appena finito di leggere un altro libro “L’ epoca delle passioni tristi” di Benasayag e Schmidt, incentrato sulla questione della “crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà” tra i quali l’idea illusoria che “il futuro era promesso come una specie di redenzione laica, di messianismo ateo (…) (una) promessa (che) non è stata mantenuta” e ora mi veniva proposta la lettura di un libro che apparentemente, dal titolo, sembrava fideisticamente proporre il contrario.
La lettura del testo mi ha poi rivelato quanto la prima impressione fosse errata. Giuliana Chiaretti ridefinisce una serie di concetti collocandoli in precisi contesti storici. Partendo del tema principale, quello della speranza, la riflessione prende le mosse nell’ambito delle migrazioni, dove la quasi assoluta precarietà, incertezza del futuro, disperazione delle persone coinvolte si coniuga con la irriducibile capacità di desiderare la speranza. Concetto che subisce una opportuna riformulazione laica nel senso di un “atto orientativo di speranza cognitiva”, nel quale si compie il ricongiungimento tra ragione e sentimento” . Speranza non è pertanto una promessa di tipo religioso o romantica
“rinchiusa nella pura interiorità o legata consolatoriamente all’aldilà”
per dirla con le parole di Bloch, ma un processo fondato su una analisi razionale delle forze in campo e della “quantità “di pensiero critico che è possibile inserire nel processo di emancipazione.
Dunque in questa logica credo che non sia una forzatura interpretare la speranza, proposta in questo testo, come una delle declinazioni del pensiero critico per cui la realtà nella quale viviamo, incentrata sullo sfruttamento economico, di genere e di razza, non è l’unica possibile. Che insomma
“L’affetto dello sperare non tollera una vita da cani” Bloch.
Un’altra questione interessante sviluppata dall’autrice in maniera originale e direi anche necessaria, è il capitolo dedicato alle “insidie dell’empatia”. Un concetto rispetto al quale siamo soliti attribuire un valore positivo dimenticando quanto sia determinante il contesto storico nel quale si sviluppa.
Infatti l’autrice ci avverte come l’ambito nel quale due soggetti entrano in relazione l’uno con l’altro può essere si di collaborazione ma anche di scontro. La differenza si gioca sul potere vincolante della realtà sociale nella quale nasciamo: sul sistema valoriale che ci circonda e accompagna la nostra crescita (sistema, aggiungo io, determinato storicamente anch’esso e pertanto orientato politicamente).
Altrimenti come spiegare che la “naturale” empatia si trasformi anche in capacità di presa di distanza, di accanimento , di negativizzazione fino ad empatizzare con i carnefici? una sorta di sentire empatico, come spiega Anna Donise filosofa morale, che orienta verso il male: non solo una sospensione selettiva della capacità empatica ma una duplicità intrinseca della medesima funzione
“siamo tutti un po’ insensibili, un po’ brutali, un po’ crudeli” da ‘Critica della ragione empatica.’ Anna Donise
A corredo del testo c’è un ampio e approfondito apparato di note che rinviano alle fonti e suggeriscono spunti ulteriori e approfondimenti che quasi costituiscono un testo a parte, da non perdere.
Non posso negare che nella lettura il testo mi abbia presentato anche momenti di attrito tra la mia crescente convinzione che i rapporti di forza dati non lascino spazi ad alcun tipo di speranza e la convinzione dell’autrice che, agire la speranza, sia ancora possibile a condizione di rifiutare l’idea della separazione
“da ogni aspirazione concreta (…) che collochi -la speranza- sul piano della trascendenza e della preghiera”
L’attrito si è poi fatto più ragionevole condividendo la domanda fondamentale che l’autrice elabora in chiusura a partire da Adorno: “come condurre una vita buona in una cattiva?”
quale potrebbe essere il quadro più generale di regole e di valori che apre uno spazio ad aspirazioni e speranze in una vita migliore?
Ovviamente una risposta definitiva a questo interrogativo non esiste ma cercare un modo per perseguire una vita buona per se stessi e per gli altri nel contesto di un mondo più vasto, strutturato dalla disuguaglianza e dallo sfruttamento più feroce, non è possibile, forse neanche pensabile, senza l’individuazione di un percorso politico che questi rapporti di forza possa razionalmente almeno metterli in discussione.

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