la rete ai tempi della…rete…

di luca chiarei

In questi giorni ho avuto nuovamente tra le mani un libro, pubblicato nel 1996 e ancora pagato in lire – 26.000 per l’esattezza -, che fin dal titolo “Telematica per la pace, cooperazione, diritti umani, ecologia…” di C. Gubitosa, E.Marcandalli e A. Marescotti (Apogeo edizioni) dichiarava esplicitamente il suo obiettivo. Fu tra i primi testi che trattava delle risorse e potenzialità che si aprivano con l’uso delle reti telematiche e di internet, rivolgendosi prioritariamente al mondo dell’impegno sociale e politico, in particolare ai movimenti ecologisti, per la pace e i diritti umani.

Sono passati poco più di 20 anni e confrontato con quella che è diventata oggi la rete e la comunicazione nella rete, della realtà descritta è rimasto ben poco, sia dal punto di vista delle tecnologie che delle modalità di fruizione. Intanto perché da una parte internet allora era ancora uno spazio senza social: l’idea di una condivisione permanente di qualsiasi contenuto, anche il più banale – dal piatto al ristorante al gatto di casa per intendersi -, era ancora da immaginare; dall’altra lo sviluppo successivo della tecnologia, in particolare il world wide web, ne ha cambiato radicalmente il volto rendendolo amichevole e accessibile non solo ai pochi iniziati. Scorrendo l’indice del libro si trovano paragrafi dedicati all’uso di reti come Fidonet, descrizioni di strumenti come le BBS, FTP, newsgroup e le prime teorie per l’uso delle mailinglist, delle gateway ecc. ecc. oggi pressoché scomparse, relitti affondati nella rete, oppure sopravvissuti sotto altra forma (dalle BBS ai blog per fare un esempio…).

Riparlare oggi di questo libro ammetto che ha per me un senso anche privato, in quanto la lettura di allora determinò profondamente il mio approccio a quella che fu una radicale trasformazione della comunicazione collettiva, e di riflesso delle relazioni interpersonali, che investì l’ambito dell’impegno politico, l’organizzazione del lavoro ecc ecc. In quegli anni molti della mia generazione, incalzati dalla trasformazione digitale che rimetteva in discussione le forme del lavoro, in ufficio come in fabbrica, hanno dovuto scegliere se comprenderla e adeguare il proprio sapere alla possibilità di utilizzarla, oppure farsi da parte e lasciarsela passare accanto facendosi coinvolgere il minimo indispensabile. Questo libro mi spinse alla prima opzione

Può allo stesso tempo essere occasione per una riflessione sullo stato dell’arte della rete, in una fase storica di totale ipertrofia della comunicazione digitale per quantità e qualità, nella quale domina e tutto determina la pervasività dei social. Certo riletto ora fa quasi sorridere perché vedeva in questa tecnologia una capacità moltiplicatrice della comunicazione, coltivava l’aspettativa che si sarebbe sviluppato la possibilità di discutere, di confrontarsi, di intervenire con cognizione di causa nella vita civile non solo personalmente ma soprattutto collettivamente. Insomma un volano della democrazia partecipativa dal basso.

E’ rimasto qualcosa di questa speranza? credo ben poco ed una delle cause principali a mio parere è lo sviluppo a livello di massa dei social. Se fino a qualche anno fa si poteva dire che riflettevano semplicemente quella che era la realtà, oggi penso che abbiano sulle persone un effetto deformante della dimensione del reale per proiettarle in un presente eterno e eternamente ludico e irreale. Che sia lo strumento dell’attuazione di massa della profezia di Andy Wharol per cui “In futuro tutti saranno famosi per quindici minuti”? In questo senso sono sempre più interessato a quelle riflessioni, che incominciano a riconsiderare l’opportunità di continuare ad affidare la discussione/funzione politica ad uno strumento dominato da algoritmi incontrollati. Ad esempio Jarett Kobek con il suo libro “Io odio Internet. Un romanzo utile” (Fazi); oppure Jaron Lanier con le sue 10 tesi che ho trovato particolarmente interessanti. Nonostante il tono provocatorio non sono un rigurgito di neo-luddismo digitale, non propongono l’abolizione della rete (che nessuno può auspicare) ma un suo uso realmente democratico.

In questo senso un altra domanda necessaria è: discutere sui social è possibile? A me pare fondamentalmente di no perché la logica complessiva è quella del commento breve, della battuta, a volte dei geroglifici nella versione moderna degli smile… Inoltre il vero carburante del social è da una parte l’assenso automatico alle tesi a noi affini che il social stesso ci propone, dall’altra il conflitto frontale tra le opinioni. La ricerca di una mediazione o lo sviluppo di un pensiero autenticamente critico e razionale non ha spazio. Pensiamo ad esempio alla recente vicenda della Sea Watch: al di là del merito a che cosa abbiamo assistito se non alla divisione tra tifosi da stadio, alla quale ciascuno ha reagito a colpi di mouse, come se davvero incidesse nella realtà la iper-condivisione di link, i 1000 like su i post che riflettono le nostre opinioni, il commento battuta… Io ho la sensazione che tutto ciò lasci le cose così come stanno e che alla fine sia ancora la quotidianità dell’impegno e della presenza concreta che fa la differenza.

Infine un altro elemento sul quale riflettere è che i social sono stati lo strumento principale che ha scardinato e messo in discussione il modello dell’intermediazione sociale, cioè la formazione del consenso politico attraverso i corpi intermedi della società nei quali realmente si discute e nei quali si forma una volontà comune. Una funzione assolta prima dai sindacati, dai partiti, ma anche dall’associazionismo e dal volontariato, che oggi sembra non avere più spazio. Se da una parte ciò è stato anche salutare, perché ogni modello per sopravvivere si deve adeguare alle nuove esigenze e non soltanto riprodursi acriticamente, oggi il social è lo strumento principale sul quale si fanno forza i vari populismi e sovranismi: l’apoteosi dell’intervento diretto senza mediazione, l’utopica illusione che ognuno nella sua individualità sia legittimato a governare, proporre leggi, intervenire, decretare, senza criteri ne di competenza ne di merito.

Allora chi sostiene invece un modello rinnovato di intermediazione della partecipazione e dei bisogni collettivi, come dei conflitti, non deve domandarsi se lo strumento del social che lo ha messo radicalmente in crisi, sia il fronte principale dell’impegno al quale dedicare così tante energie? Non è il momento per mettere in atto una strategia di sganciamento da questo territorio, che lo depotenzi dallo scontro disinformante? Questa mi pare una questione centrale.

 

 

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