si può scrivere…

di luca chiarei

particolare dalla Basilica della Santissima Trinità di Saccargia (Sassari)

…poesie? racconti, romanzi? dipingere, scolpire? In questi mesi ho scritto versi che normalmente avrei già pubblicato su questo blog e magari anche altrove ma ancora non l’ho fatto.  Per la letteratura questo non è certo un grande danno, anzi…; tuttavia scavando più profondamente ho cercato di capire qual’era la ragione di questo disagio alla condivisione.

L’attuale contesto storico mi fa apparire l’azione di pubblicare poesia un atto insufficiente, fuori tempo, relativamente a quello che oggi sarebbe invece giusto fare. Il mio pensiero è andato spesso alla famosa affermazione di Adorno

“Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”.

Non mi sfugge né che successivamente questa affermazione, come vedremo, è stata ridefinita dallo stesso Adorno; né che paragonare in modo diretto l’esperienza dei lager nazisti con quello che oggi stiamo attraversando sarebbe una forzatura e una mancanza di rispetto per le vittime di allora.

Allo stesso tempo è innegabile che il “cambiamento” di questi mesi in atto nel paese, introducendo normative ispirate al sovranismo, oggettivamente discriminatorie e di contrasto violento ai flussi migratori, alimenta nella società una cultura di crescente intolleranza per qualsiasi forma di diversità. Vengono progressivamente meno principi fondamentali e elementari della convivenza umana, quali la parità di diritti, di doveri e opportunità fra tutti gli esseri umani. Il 2 Marzo siamo stati costretti a scendere in piazza a Milano per riaffermare principi che dovrebbero essere precondizioni della convivenza, quali la centralità della persona prima di ogni altra considerazione soprattutto  quando è minacciato il diritto alla vita e ad una vita dignitosa.

E’ venuta totalmente meno, in questa narrazione mediatica del presente “eternizzato”, la capacità di comprendere le ragioni e e le dinamiche storiche di qualsiasi tipo di problema, dalle migrazioni ai conflitti internazionali alle disuguaglianze economiche.

Se non mi sfuggono anche le responsabilità storiche di tanta sinistra e società civile nell’aver determinato questa situazione, in alcun modo la mancanza di lungimiranza politica può giustificare il presente e la deriva razzista in essa contenuta. Il problema del presente allora non è tanto come scrivere “dopo” l’evento drammatico, dopo la “guerra” ma cosa scrivere “prima” dei pericoli e delle violenze quotidiane di cui siamo testimoni, affinché determinati esiti siano scongiurati. Adorno poi rettificò la sua posizione affermando:

“Il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare. Perciò forse è falso aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia […] L’arte che non è più affatto possibile se non riflessa, cioè presa se non come un problema, deve da sé rinunciare alla serenità. E la costringono innanzitutto gli avvenimenti più recenti, il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si può più immaginare un’arte serena”. 

Un mondo senza arte sarebbe ancora peggiore ma un arte rasserenante forse lo renderebbe ancora di più e più falso. Scrivere facendo finta di niente rispetto ai tempi presenti per me rappresenterebbe una forma di corresponsabilità.  In questo senso mi ha fatto riflettere molto la presentazione della raccolta completa di racconti di Grace Paley, pubblicati da Minimum fax, poetessa e narratrice americana la cui vita parla di un impegno costante e militante per i diritti umani, il disarmo nucleare, le differenze, il femminismo, l’ambiente. La sua traduttrice Isabella Zani infatti afferma, durante la presentazione del libro sulla trasmissione di radio3 Fahreneith,  che la Paley avrebbe potuto scrivere di più se avesse militato di meno (45 racconti sono tutta la sua opera narrativa). Mi chiedo allora se la ricerca artistica non sia solo nell’atto creativo ma in una vita militante, e le parole verso le quali tendere oggi siano quelle che possano esprimere il rumore di fondo dell’odio sociale, della discriminazione, dell’indifferenza, che attraversa la nostra esistenza collettiva. E non solo con i versi ma anche con questi della Paley tratti da Fedeltà (Minimum Fax, 2011), trad. it. L. Brambilla, P. Cognetti.

 

Grazie a Dio non c’è nessuno Dio

Grazie a Dio non c’è nessun Dio
o saremmo tutti perduti

se fosse Lui che ci fa gridare
di angoscia feroce di fronte alla tortura
all’odio tre o quattro volte per generazione
non ci sarebbe speranza e seppure Lui permettesse
alla pace di apparire allora un giorno grandi lastre
di pietra sotto i frutteti e il mare potrebbero
muoversi piano una contro l’altra terremoto

se fosse stato Lui a costruire così stretto il ponte
su cui siamo esortati a passare
senza paura mentre intorno a noi
i vecchi gli zoppi i maldestri i
bambini scalpitanti ruzzolano giù
e a volte vengono spinti nell’orrido
precipizio se fosse Lui certo saremmo perduti

se fosse Lui a offrire il libero arbitrio ma
solo ogni tanto strano dono
per un popolo che abbia appena distinto
la mano destra dalla sinistra
ma se siamo noi i responsabili con-
sideriamo il nostro assiduo amore uno per l’altro
perchè questo è il giorno d’oggi ora possiamo
guardarci negli occhi
a grande distanza questo è il tele-
fonico elettronico digitale giorno d’oggi
celebre per il denaro e la solitudine ma noi

abbiamo sconfitto Babele accettando parole
straniere in gloriose traduzioni se

sappiamo essere responsabili se siamo
diventati responsabili

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